La redazione di Girodivite esprime il proprio cordoglio per la morte di Franco Carlini, giornalista e curioso di Internet e del mondo della comunicazione. Uno di noi.
Franco era "uno di noi". Tra i primi giornalisti a interessarsi in maniera seria a Internet e alle nuove forme di comunicazione, scriveva per Il Manifesto e per altre testate. Ci conoscevamo (via email), lo seguivamo sempre nelle cose che scriveva sempre importanti e stimolanti. Vogliamo ricordarlo attraverso il "ricordo" di Massimo Mantellini, uno dei blogger più bravi e onesti del web italiano, e di Anna Masera (La Stampa).
Un ricordo / di Massimo Mantellini
Io sono solo incazzato. In questo momento scrivo solo perche’ sono
incazzato e non ho altra maniera. Questa notte nella sua casa di Genova
e’ morto Franco Carlini. A me non va ora di fare coccodrilli, non mi va
di dire le solite cose che si dicono in questi casi sui migliori che se
ne vanno ecc ecc. Ma alcune cose per i tanti che non hanno conosciuto
Franco mi va di scriverle subito. Subito. Carlini e’ stato il primo
giornalista italiano a scrivere della rete conoscendola e senza
paraocchi legati ai privilegi del proprio mestiere. Dopo di lui, molti
anni dopo, ne sono venuti altri, com’era normale, ma lui e’ stato il
primo. Ho sempre pensato che chi oggi fa decentemente divulgazione sui
grandi media, sulle cose della rete abbia dovuto seguire il suo esempio.
Immagino sia stato cosi’. Ho conosciuto le cose che mi piacciono di
Internet su una lista di discussione che si chiamava Lisa, un decennio
fa o giu’ di li’, e Franco li c’era. Ci faceva impressione - ricordo -
che scrivesse allora su L’Espresso e, che con molta naturalezza,
partecipasse ad una mailing list che piu’ amatoriale non si poteva. La
rete Internet italiana di allora era molto diversa da quella attuale.
Franco e’ sempre stato un uomo di sinistra, molto piu’ di sinistra di me
e non e’ un caso che la sua ultima mail che ho qui da qualche parte e’
una mail di una riga a commento di un mio contrappunti molto "politico"
di qualche tempo fa. Mi sono lamentato spesso con lui in questi ultimi
anni del fatto che la sua presenza personale in rete si fosse molto
ridotta. Ogni volta mi diceva: "forse hai ragione". E nonostante questo
e’ stato uno dei pochi a esplorare in questo paese di merda i rapporti
impossibili fra grandi imprese (specie le grandi telco) e tecnologia
pensata per gli utenti. Due universi per molti versi contrapposti. Non
mi interessa con quali fortune lo abbia fatto: il paradosso di un uomo
che scrive sul Manifesto e che immagina business legati alla tecnologia
e alla comunicazione con i grandi colossi cattivi (senza considerarli
tali), resta una equazione possibile in questo paese solo a particolari
condizioni di apertura mentale. Ho condiviso molto dei suoi punti di
vista in questi anni: giusto qualche settimana fa abbiamo partecipato
assieme ad una trasmissione radiofonica e sembravamo due amichetti che
si passano la palla d’amore e d’accordo. Ma quasi sempre sono stato io
ad essere d’accordo con lui e non viceversa. Qualche mese fa siamo stati
invitati assieme ad un grande convegno a Milano. L’albergo in cui
alloggiavamo era un po’ defilato e tutti alla mattina partivano per il
centro sui loro bei taxi. Franco mi fa: "Senti e se andassimo con la
metro? Mi piace vedere la gente sulla metro". Siamo andati con la metro
e poi a piedi, per le vie attorno a Piazza Duomo, chiaccherando di come
andava (male) Vision, il mensile che dirigeva e di mille altre cose. La
cosa piu’ triste di tutte in questo momento per me e’ forse la
constatazione che alla Internet Italiana Franco serviva ancora,
nonostante tutto quanto ha fatto in questo decennio. E invece non c’e’
piu’.
Il ricordo di Mantellini è apparso sul blog a questo indirizzo
Franco Carlini, lo stile del web / di Anna Masera
Franco Carlini, 63 anni, uno dei maggiori studiosi italiani della rivoluzione portata da Internet, è morto per un malore improvviso nella sua abitazione a Genova. Il suo curriculum non lo aveva mai voluto pubblicare per esteso, lo considerava «troppo noioso». La realtà è che era un tipo schivo, preferiva che fossero gli amici a tessere le sue lodi. Perché di cose ne ha fatte davvero tante: era una mente prolifica, lavorava sempre. Anche quando si godeva qualche bel pranzetto Slow Food, possibilmente offerto dalla casa. Dormiva solo nei ritagli di tempo. In compenso fumava come un turco e chi gli voleva bene cercava di distrarlo e costringerlo a rimandare l’appuntamento con l’immancabile sigaretta.
Se lo cercate su Wikipedia, saprete che era laureato in Fisica (ricercatore dal 1972 di neurofisiologia e di psicologia della percezione visiva all’Istituto di Cibernetica e Biofisica del Consiglio Nazionale delle Ricerche), saggista e giornalista storico del Manifesto, a cui ha continuato a collaborare fino all’ultimo con la sua rubrica Chips&Salsa. Aveva lasciato dal 1989 l’attività di ricerca per dedicarsi al lavoro giornalistico, editoriale e di imprenditore della Net Economy: scriveva anche su L’Espresso, Il Corriere della Sera, era una delle voci del Gr e di Radio3 Scienza, il quotidiano scientifico radiofonico della Rai. È stato professore nel corso di Informatica Generale per il Diploma di Giornalismo dell’Università di Genova. Nel 1997, in pieno boom di start-up internettiane, aveva fondato la società Totem (www.totem.to), specializzata in Web content e design, dove una ventina di giovani suoi allievi specializzati in tecnologia e nuovi media tuttora lavorano per diverse società su Internet e sono editori di testate elettroniche tra cui Trash.it!, Tel&Co. e VisionPost, il blog sul futuro di Internet. Ha scritto diversi libri: l’ultimo è stato «Parole di carta e di Web. Ecologia della comunicazione» (Einaudi, 2004). Tra le sue opere più note, tra l’altro, «Divergenze digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza Internet» (Manifestolibri, 2002); «Lo Stile del Web» (Einaudi, 1999); «Internet, Pinocchio e il Gendarme. Le prospettive della democrazia in Rete» (Manifestolibri, 1996); «Chips &Salsa. Storie e culture del mondo digitale» (Manifestolibri, 1995), «Tornano i Dnasauri» (Manifestolibri, 1993).
Il suo lavoro intellettuale ha ispirato tanti giovani studiosi di Internet, di cui è considerato un po’ il papà. Anche se a lui questo seccava, perché si sentiva ancora un ragazzino e gli piaceva giocare al tombeur de femme. Amava la montagna, oltre al suo mare genovese. E una volta all’anno intraprendeva lunghi viaggi in giro per il mondo con la sua compagna e spariva dalla circolazione per ossigenarsi: niente telefonino né Internet, solo uno zaino come da ragazzo. Rideva compiaciuto quando veniva equiparato dai suoi pupilli a un grande Maestro con l’aspetto del vecchio rockettaro. Chiedeva conferma, con una punta di civetteria: «E’ vero che assomiglio a Keith Richards?». Se ne è andato in punta di piedi, prima di dirci quest’estate quale è stato il suo ultimo viaggio.
anna masera (articolo apparso su La Stampa