Andando in ordine sparso, si denotano in Italia due linee di pensiero che si contrappongono in relazione alla privatizzazione della gestione dell’acqua e della valutazione reale che, questa comunque, è un bene comune per l’umanità.
Mentre da una regione del mezzogiorno, la Puglia, arriva un presa di coscienza pubblica sulla concezione mondiale dell’acqua come bene comune, il Senato in piena contrapposizione approva in maniera definitiva la modifica dell’ art. 15 del D.L. 135.
Andando in ordine sparso, si denotano in Italia due linee di pensiero che si contrappongono in relazione alla privatizzazione della gestione dell’acqua e della valutazione reale che, questa comunque, è un bene comune per l’umanità.
A dare man forte alla seconda linea di pensiero è stata la regione Puglia che ha ufficialmente votato favorevolmente e, per la prima volta in Italia, la condizione principe dell’acqua come bene pubblico dell’umanità. L’atto in questione è stato presentato in giunta regionale dall’Assessore alle Opere Pubbliche Fabiano Amati ed immediatamente approvato.
Nello stralcio della delibera la dicitura "L’acqua è un bene essenziale ed insostituibile per la vita. Pertanto, la disponibilità e l’accesso all’acqua potabile ed all’acqua necessaria per il soddisfacimento dei bisogni collettivi, costituiscono un diritto inviolabile dell’uomo, un diritto universale, indivisibile che si può annoverare fra quelli di riferimento previsti dall’ art. 2 della Costituzione".
Della stessa linea anche alcune risoluzioni del parlamento europeo come quella dell’11 marzo 2004 dove si afferma che essendo l’acqua un bene comune dell’umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno.
Ma allora perchè il nostro parlamento ha voluto con il voto definitivo al senato sancire il diritto alla privatizzazione dell’acqua? Tutto infatti sembra essere ricondotto ad una sorta di interesse comune verso la privatizzazione in associazione ad una sottile nube legislativa di facciata che riconduce all’Europa che, invece nella realtà ed attraverso varie risoluzioni, delimita chiaramente il bene comune “acqua” da tutte le altre forme di concorrenza in libero mercato.
Molti comunque hanno capito l’inghippo e sembrano pronti alla battaglia comune che stà dilagando sia a nord che a sud dell’Italia. Pagare infatti l’acqua anche non potabile a 1,80 euro al m3 in zone disagiate come Gela (Sicilia) sembra un po’ troppo vessatorio per i cittadini.