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Aborto: 3/Il "concepito" nel diritto

Anche nel diritto, come nella biologia, però, si pone il problema se, quando ed in che misura il concepito possa considerarsi persona e, dunque, soggetto giuridico in senso proprio.
di Giuseppe Artino Innaria - mercoledì 2 aprile 2008 - 3260 letture

Il principio secondo cui la vita umana deve essere tutelata fin dal concepimento ha ormai piena cittadinanza nel nostro ordinamento.

La legge n. 405 del 1975 sulla istituzione dei consultori familiari, all’art. 1, annovera tra gli scopi del servizio la tutela della salute del prodotto del concepimento.

La legge n. 194 del 1978 (“Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”) nell’art. 1 dichiara che “Lo Stato… tutela la vita umana dal suo inizio”.

Del pari, la legge n. 40 del 2004 (“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”), nell’enunciare le proprie finalità, all’art. 1, afferma che “è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

In precedenza, la Corte Costituzionale, già con la sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, aveva ritenuto che la tutela del concepito godesse di copertura costituzionale: “L’art. 31, secondo comma, della Costituzione impone espressamente la ‘protezione della maternità’ e, più in generale, l’art. 2 Cost. riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, fra i quali non può non collocarsi, sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie, la situazione giuridica del concepito”.

Sul punto, la medesima Corte Costituzionale è ritornata con la sentenza n. 35 del 10 febbraio 1997, nella quale il diritto del concepito alla vita è ribadito a chiare lettere. Nella pronuncia del giudice delle leggi si dà atto che il principio della tutela della vita umana sin dal suo inizio è stato oggetto di un riconoscimento anche sul piano internazionale (v. la Dichiarazione sui diritti del fanciullo approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1959 a New York, nel cui preambolo è scritto che “il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica ed intellettuale, necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita”), come pure “si è rafforzata la concezione, insita nella Costituzione italiana, in particolare nell’art. 2, secondo la quale il diritto alla vita, inteso nella sua estensione più lata, sia da iscriversi tra i diritti inviolabili, è cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione, per dir così, privilegiata, in quanto appartengono – per usare l’espressione della sentenza n. 1146 del 1988 – ‘all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana’ ”.

Anche nel diritto, come nella biologia, però, si pone il problema se, quando ed in che misura il concepito possa considerarsi persona e, dunque, soggetto giuridico in senso proprio.

L’art. 1 del codice civile collega l’acquisto della capacità giuridica alla nascita. Eccezionalmente al concepito viene riconosciuta la capacità di succedere per causa di morte (art. 462 c.c.) e di ricevere donazioni (art. 784 c.c.). In ogni caso, l’art. 1 comma II c.c. statuisce che i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita.

In dottrina, per quanto non si trascuri la rilevanza giuridica della vita prenatale e si rintracci nell’ordinamento l’affermazione di un esigenza di tutela della salute e della vita del concepito, si sostiene costituire “una equivoca finzione immaginare una giuridica anticipazione della personalità rispetto alla nascita” e si preferisce concludere che “il concepito, che per le scienze biologiche è un individuo che si va sviluppando come uomo, può configurarsi, anche per il diritto, come un’entità autonoma che si va formando come persona” (L. Bigliazzi Geri, U. Breccia, F.D. Busnelli, U. Natoli, Diritto Civile 1* - Norme soggetti e rapporto giuridico, 1987, ristampa 1992, pagina 94).

Tuttavia, i giudici sono sempre più propensi a riconoscere una soggettività, per quanto “in progress” o attenuata o sospensivamente condizionata alla nascita, al nascituro. Il Tribunale di Verona (sentenza del 15 ottobre 1990, in Foro Italiano, 1991, I, 261), pur premettendo che l’acquisto della capacità giuridica sia dall’art. 1 c.c. subordinato all’evento nascita, ha asserito che anche prima di tale evento il concepito è titolare di posizioni giuridiche soggettive aventi una propria rilevanza, tra cui la legittima aspettativa alla nascita e di riflesso l’aspettativa a nascere come individuo sano, cosicché la lesione subita dal nascituro durante la gestazione può qualificarsi come danno ingiusto e far sorgere in capo al soggetto leso, una volta nato, il diritto al relativo risarcimento (in senso contrario, si era pronunciata una lontana sentenza della Corte di Cassazione del 1973, la n. 3467). Sottolinea l’ancoraggio della capacità giuridica alla nascita la sentenza n. 14488 del 2004 della Corte di Cassazione, sia pure con riferimento alla questione specifica della negazione dell’esistenza di un “diritto a non nascere se non sano” in capo al concepito.

Dal quadro sopra tracciato emerge in tutta evidenza come, al di là della disputa circa la soggettività giuridica del nascituro, è un punto fermo che l’ordinamento non rimane indifferente alla situazione del concepito: quantunque solo con la nascita acquisti la piena capacità giuridica, egli, in quanto persona “in fieri”, gode sicuramente di una legittima aspettativa alla nascita, che gli garantisce una anticipata tutela della salute e della vita. Senza, però, dimenticare che il diritto alla vita del nascituro, come ammonisce la sentenza della Corte Costituzionale n. 27 del 1975, può confliggere con altri beni muniti pure essi di presidio costituzionale – vedi la salute della madre -, e il contemperamento tra opposte esigenze di tutela è un delicato problema da risolvere per il legislatore ed il giudice.

(3-continua)


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