Abbiamo altro da fare che seguire quell’europa

Reimparare ad abitare è per noi, la posta in gioco nella partita contro la megamacchina dell’estraneazione che è la società di capitale. E’ proprio la questione dell’abitare che oggi torna, seppur ancor nascostamente e spesso in modo distorto, al centro della riflessione di chi sente l’insostenibile peso e la trasparente violenza della condizione moderna, del suo accelerare verso "nuove" forme di "flessibilità" (siano esse relative al salario o alle mansioni o, ancora, al domicilio o all’etica); del suo evolvere nel senso della monocultura del profitto che, appunto, a se ogni cosa flette; del suo annichilire i luoghi nella riproduzione di questa materia sociale; della sua volontà di potenza che è volontà coloniale, pervasività delle sue forme di dominio.

Intervento del CST Ddisa

di DDISA, pubblicato il 30 novembre 2004 - 3534 letture

Qui parliamo di

· tempi di spaesamento · caso Maastricht · che c’entra Maastricht con Lentini · ciò che appare ormai indispensabile · nelle luci accecanti · orientarsi · le trappole · autodeterminazione

il tutto per dire che "...abbiamo altro da fare che seguire quell’Europa."Fanon

In tempi di spaesamento

e di grandissimo sconforto, di delocalizzazione spinta di ogni relazione sociale, "fare mente locale" significa rammemorare l’orientamento, ridefinire i contesti delle proprie esistenze nel dialogo con-geniale con i luoghi ove esse si danno.

Reimparare ad abitare è. per noi, la posta in gioco nella partita contro la megamacchina dell’estraneazione che è la società di capitale. E’ proprio la questione dell’abitare che oggi torna, seppur ancor nascostamente e spesso in modo distorto, al centro della riflessione di chi sente l’insostenibile peso e la trasparente violenza della condizione moderna, del suo accelerare verso "nuove" forme di "flessibilità" (siano esse relative al salario o alle mansioni o, ancora, al domicilio o all’etica); del suo evolvere nel senso della monocultura del profitto che, appunto, a se ogni cosa flette; del suo annichilire i luoghi nella riproduzione di questa materia sociale; della sua volontà di potenza che è volontà coloniale, pervasività delle sue forme di dominio.

Come riprendere, quindi, la via dell’abitare occultata dalle abbacinanti trasparenze dei rapporti sociali dominanti ? Come abitare ? Se la risposta del Capitale a quest’ultima domanda appare già data nei suoi processi di "globalizzazione" dell’economia e di "mondializzazione" dei suoi presupposti culturali, che attualmente spingono alla moderna Europa di Maastricht, la nostra risposta è, invece, ancora in formazione e per lo più si dà al negativo o in forma interrogativa. Sappiamo bene ciò che non vogliamo e, nello stesso tempo, fatichiamo ad uscire da quella che ci è continuamente rappresentata e spesso ci appare come l’unica storia possibile.

Deficitiamo, in sostanza, di visioni attive. E ciò non è certo un caso essendo questa deficienza il prodotto specifico dell’immaginario moderno dominante. Come prodursi, quindi, in visioni attive ? Come riprendere il dialogo con il sé nascosto, con la comunità che non c’è, con il luogo che non c’è, con l’abitare che non c’è ? Che significa abitare?

Sappiamo che ciò rimanda all’accordatura reciproca dimora/dimorante e che questa può darsi abbracciando strategicamente la dimensione locale. Ma come ritrovare il ritmo se le forme dell’esistenza sociale, politica, economica, culturale modellate dal capitale lavorano incessantemente alla disarmonia, allo squilibrio, alla delocalizzazione ovvero alla uniformazione indifferenziata dello spazio sociale/ambientale ?

Il caso Maastricht

(il testo intero sarà pubblicato in formato pdf)