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Abballati abballati fìmmini schetti e maritati…

La politica culturale nelle città che imparano a convivere con la pandemia

di Sergej - mercoledì 24 novembre 2021 - 273 letture

C’è stato un momento in cui l’assessore alla cultura è diventato centrale, ha assunto una visibilità e una importanza persino debordante. Di fronte ai problemi strutturali e basilari delle nostre città (le fognature, l’acqua che non arriva in molti quartieri, la spazzatura, la sicurezza…) uscite dalla ricostruzione diseguale e affrettata degli anni Cinquanta, l’improvvisa congestione dei centri del Nord e lo svuotamento del Sud per l’emigrazione interna - sembrava che ben altri problemi dovessero affrontare le amministrazioni, piuttosto che occuparsi di quella cosa misteriosa ed elitaria che era stata la “cultura”. Poi, a partire dagli anni Sessanta e poi negli anni Settanta, l’arrivo di una nuova generazione di amministratori, il PCI alla conquista delle città a dimostrare di non essere solo un partito protestatario e populista ma “di governo” e interclassista. Il modello bolognese ed emiliano, poi diventato modello toscano e umbro… La città diventa non solo un problema di organizzazione e di sviluppo edilizio (si pone centrale lo strumento del piano regolatore), ma spazio in cui le persone, le famiglie vivono e interagiscono. Nel clima oppressivo e avvelenato delle stragi di Stato e della propaganda giornaliera sui media contro il “terrorismo”, si aprì uno spiraglio di luce. A Roma l’amministrazione di Luigi Petroselli diede in quegli anni l’esempio: Renato Nicolini con le “estati romane” diede una ventata libertaria e d’ossigeno non solo a Roma. L’assessore alla cultura da accessorio divenne il segno del nuovo che una amministrazione intendeva portare avanti; attraverso i tempi brevi che richiede la realizzazione di un “evento”, l’immediata visibilità - mentre l’amministrazione costruiva faticosamente la progettazione per le opere strutturali che avrebbero cambiato nel profondo la città, nelle sue strutture. Le giunte di sinistra, da Petroselli e Nicolini in poi si sono contraddistinte per questo doppio binario: l’intervento strutturale da una parte, riformatore, teso non solo al pareggio di bilancio ma a creare quelle opere pubbliche che le passate degenerate amministrazioni avevano tralasciato di costruire; e l’intervento “culturale” fatto di mostre, giochi, esposizioni, incontri ecc_, capaci di attrarre l’attenzione non solo dei soliti colti, ma soprattutto intrattenere e sollazzare - senza paura di mischiare l’alto e il basso, l’elitario e la massa, il popolare e il didascalico. Era una cultura, quella di “quella” sinistra, che non aveva paura di parlare a tutti. In quel momento c’era, in quei tutti, una gran voglia di cultura - di essere parte, di crescere, uscire fuori di casa e non essere più costretti al lookdown imposto dal terrorismo.

Una nuova breve ventata liberatoria, la si è avuta - dopo gli anni di tangentopoli e della svolta mangereccia in molte amministrazioni locali - con la breve stagione dei sindaci all’indomani del crollo della Prima Repubblica. Anche qui sindaci da una parte e assessori alla cultura furono protagonisti di questa breve stagione. A Scordia, l’esperienza di Salvo Basso, poeta e assessore alla cultura - che con Pietro M. Toesca scrive tra l’altro il Manuale panegirico dell’assessore alla cultura [1], e Costantino Rizzotto grazie a cui si riempì di ragazzi e ragazze venuti da mezza Sicilia la piazza per i concerti di gruppi che di lì a qualche anno sarebbero diventati famosissimi nel resto dell’Italia [2].

Ma si pensi quei mesi a Palermo, a Catania, a macchia di leopardo in Italia poco prima che di nuovo tutto si oscurasse - la “discesa in campo” di Berlusconi e delle destre. Dagli anni Novanta in poi la cultura diventa comunicazione. La televisione il contenitore di riferimento. Sgarbi un “intellettuale”. Le facoltà di “scienze” politiche vengono svuotate a favore di “scienze” delle comunicazione. L’archetipo neoliberista intende svuotare le pubbliche amministrazioni e privatizzare - e venditori e piazzisti ricevono la partita iva per far loro credere di essere “imprenditori”.

E oggi, com’è la situazione oggi?

Sulla questione interviene Daniele Nalbone con una intervista allo storico dell’arte Tomaso Montanari. Dice Nalbone: “Firenze non ha un assessore alla cultura. Napoli non ha un assessore alla cultura. Bologna non ha un assessore alla cultura. In tutti e tre i casi le deleghe sono in capo al sindaco, rispettivamente Dario Nardella, Gaetano Manfredi e Matteo Lepore. La Regione Toscana non ha un assessore alla cultura. La Regione Lazio non ha un assessore alla cultura. Anche in questo caso le deleghe sono di competenza del “capo”, dei presidenti Eugenio Giani e Nicola Zingaretti. A dire la verità, il comune di Firenze aveva un assessore alla cultura fino a poche settimane fa, fino a quando Tommaso Sacchi non è stato chiamato da Beppe Sala a Milano. E così, dopo le elezioni amministrative dello scorso ottobre, delle cinque grandi città andate al voto, in due non è stato nominato nessun assessore alla Cultura (Napoli e Bologna), in tre sì (Milano, Roma e Torino), e una che non è stata chiamata alle urne lo ha “perso” (Firenze).” L’impressione è che sia mutato non solo la funzione del sindaco, ma anche quella dei suoi assessori. Mentre le possibilità demiurgiche date al singolo assessore, sono ora ridotte a favore del “presidenzialismo” del sindaco. Non più la “giunta” di governo, ma la sindacatura - con le altre funzioni tutti in second’ordine (a parte eccezioni). In linea con le tendenze nazionali “presidenzialistiche”.

Ciò che è intervenuto è anche un mutamento culturale che ha investito la concezione stessa che della cultura si ha. Dice Tomaso Montanari: “Oggi la cultura viene intesa come propaganda, acquisizione del consenso, intrattenimento, panem et circenses”. E spiega: “Se la cultura è gestione dell’intrattenimento diventa automaticamente gestione del consenso. E allora il capo, o chi si considera tale e non uso a caso questa parola, è bene che tenga per sé questa leva fondamentale. Il modello è quello del minculpop fascista. Alla base c’è un’idea di cultura come pura propaganda e non di una cultura lontana dal cuore del potere politico, come invece dovrebbe essere. In altre stagioni la linea era esattamente opposta, con assessori “tecnici”, uomini e donne di cultura e per definizione liberi, eccentrici, eretici a guidare il relativo assessorato”.

Seguiamo il resto dell’intervista:


Che messaggio manda una città o una regione che non ha un assessorato alla cultura?

Di accentramento. Di strumentalizzazione della cultura dietro l’unica finalità del consenso. E che la cultura come pensiero critico è un problema, oggi. Però ci sono fior di assessorati al turismo, o alla valorizzazione dei beni culturali, che invadono il campo della cultura con portafogli ben più gonfi. Questo è inevitabile: dopo i dissennati tagli alle finanze degli enti locali, un massacro che ci portiamo dietro dagli anni Novanta, i comuni hanno sempre meno risorse da investire e la cultura è la prima voce che solitamente si taglia. In fondo, non si mangia con la cultura, giusto? L’educazione della cittadinanza, poi, nella stagione del consenso a tutti i costi è un problema, perché la sovranità culturale può portare alla sovranità democratica. E allora meglio un cliente che non un consumatore di cultura. Ecco, l’obiettivo è trasformare chi consuma cultura in un cliente che porta soldi a un sistema economico e non culturale.

La cultura sostituita dal turismo?

La cultura cancellata, nemmeno sostituita. Scomparsa perché è ormai scomparsa la democrazia. Oggi tutto si riduce al capo dell’esecutivo, o al sindaco, o al presidente di regione. In fondo anche il Pnrr su un totale di circa 250 miliardi di euro dà alla voce “Cultura e Turismo” 6,6 miliardi di euro. La cultura vera e propria non è mai stata tralasciata e trascurata come oggi. Il fatto che il ministro Dario Franceschini abbia perso la sua centralità politica all’interno del governo Draghi potrebbe anche essere una buona notizia visti i danni fatti, ma resta il problema della marginalizzazione della cultura: è di questi giorni la notizia del rischio di chiusura dell’Archivio di Stato di Genova e stessa sorte potrebbe toccare alla Braidense, la biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Brera, con il direttore James Bradburne che ha denunciato come lo Stato abbia abbandonato uno dei gioielli del nostro Paese. Ormai siamo al rompete le righe, stanno venendo al pettine anni di politiche criminali sul fronte della cultura. E il fatto che comuni importanti come Firenze, Bologna e Napoli e regioni come Lazio e Toscana non abbiano nemmeno un assessore alla Cultura sono la prova dell’abbandono. E della trasformazione della cultura in un “bigliettificio”. Da troppo tempo si valuta la proposta culturale di una città in base ai biglietti staccati.

[...]

Eppure, guardando i tanto famigerati numeri – sono state molte le mostre o le aperture di siti culturali i cui biglietti sono andati esauriti in pochi giorni – c’è tanta voglia di cultura.

C’è voglia di cultura e tanta voglia di vita collettiva. Perché la cultura è questo, è un fatto pubblico, corale. Oppure non è. Sentiamo il bisogno di dare un senso alla nostra vita, dare colore, di rieducarci alla cultura in un momento storico in cui l’economia ci dice che l’unico obiettivo deve essere riempirsi la pancia" [3].

abballati abballati

L’ambiguità stessa del termine cultura chiaramente permette la sua declinazione a seconda delle convenienze. Termine pre-digitale quant’altri mai, e persino pre-illuministico, con l’etichetta “cultura” è possibile avvalorare (o disvalorare) le più estreme e impensabili operazioni. Negli anni delle contrapposizioni ideologiche anche un concerto di De Gregori poteva dare adito a difficoltà; in altri anni, si ricorre(va) a Gigi D’Alessio e alla musica napoletana per spacciarsi come “popolari” e antielitari. Nelle nostre città, che sembrano costruite contro i disabili, contro gli anziani e contro i bambini - il problema dei luoghi e degli spazi “culturali” - l’hard della cultura - si accoda ai mille problemi esistenti - quante risorse è possibile destinare ai lavoratori e alle lavoratrici dello “spettacolo” ovvero al soft della cultura, nell’era della penuria per le masse e della sovrabbondanza di pochi ricchi privilegiati? Qual è la funzione e il ruolo dell’assessore alla cultura in questo contesto?

Nelle città del terzo settore (dato che primo e secondo sono in crisi irreversibile, specie nel Meridione), del tempo libero, dell’umanità che stenta ancora a fuoriuscire dallo shock della pandemia, si impone anche qui - nel cerchio ristretto della cultura - un ripensamento e un riadeguamento di ruolo e di funzione.


[1] Manuale panegirico dell’assessore alla cultura / Pietro M. Toesca. - Scordia Nicosia : Edizioni riunite Nadir e Valdemone, 1997. - 74 p., br. ; 21 cm.

[2] Allora Girodivite titolò a lettere cubitali: "Chiediamo asilo culturale a Scordia", dato che a Lentini - dove stavamo allora - diciamo che la quistione culturale (con la i) era decisamente molto più arretrata...

[3] Fonte: https://www.micromega.net/citta-senza-cultura-montanari/


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