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ADHD, la malattia inventata

C’è tanta voglia di risolvere l’attenzione verso i nostri bambini con i farmaci. Il caso esemplare dell’ADHD e del Ritalin. Ne parliamo con Roberto Cestari presidente del Comitato dei Cittadini per i diritti dell’Uomo.

di Vincenzo Raimondo Greco - mercoledì 11 maggio 2005 - 7803 letture

Vostro figlio non ascolta chi parla? Si lascia distrarre facilmente da stimoli poco importanti? In classe lascia il posto invece di rimanere seduto? Non riesce a stare in silenzio e parla come se fosse una mitragliatrice in azione? Ha l’ADHD, una patologia che, secondo le stime del Ministero della Salute, colpisce il 4% dei ragazzi. E, allora? Arriva la prescrizione di Ritalin, il medicinale commercializzato dalla Novartis.

Il numero di bambini sottoposti a cure antidepressive è aumentato, negli USA, di oltre il 500% fra il 1999 e il 2003. Antidepressivi e antipsicotici costituiscono due delle quattro categorie in testa alle vendite medicinali. In Germania è largamente prescritto da medici e pediatri che ne autorizzano l’uso per 13,5 milioni di dosi al giorno. Anche la Svizzera non fa eccezione; tra il 1996 ed il 2000, nel Cantone di Neuchatel, il numero di prescrizioni di metilfenidato è aumentato del 690%.

E in Italia? Nel nostro Paese il Ritalin, messo fuori commercio, tra il 1989 e il 2003, torna ad essere commercializzato. Anzi nella scorsa settimana si è svolta, presso l’Istituto Superiore della Sanità, una riunione per definire le linee guida ministeriali che porteranno alla istituzione del Registro Nazionale ADHD. Saranno, così, schedati tutti i minori in cura con metilfenidato e verranno aperti i centri regionali per la somministrazione del farmaco. Ma non tutti sono d’accordo sull’uso del metilfenidato (Ritalin). Non tutti giudicano l’ADHD una malattia. Ne discutiamo con il dottor Roberto Cestari, presidente del Comitato dei Cittadini per i diritti dell’Uomo.

Si parla molto di ADHD ma ci può spiegare di cosa si tratta?

Attention Deficit Hiperactivity Disorder (ADHD) significa disturbo da deficit di attenzione e iperattività. E’ una sintomatologia che, 15 anni fa, alcuni psichiatri americani hanno trasformato, per alzata di mano, in malattia. Da allora hanno iniziato a diffondere il messaggio secondo il quale qualsiasi bambino con questa sintomatologia ha una malattia vera e propria, una malattia mentale.

E’ così grave avere in casa un bambino con questa sintomatologia?

Faccio due considerazioni; la prima di carattere storico ed è facilmente percepibile. Guardando la propria storia recente, scolastica e familiare, si comprende come la società occidentale si sia evoluta, da duemila anni a questa parte, senza che nessun bambino abbia avuto queste etichette diagnostiche; e quindi senza l’aiuto di terapie di questo genere. Non mi sembra che in assenza di queste cose siano mancati gli strumenti per consentire il progresso della società. La seconda considerazione è di carattere tecnico scientifico. Noi in medicina distinguiamo molto chiaramente tra una sintomatologia, cioè qualcosa che il paziente lamenta (un disturbo, un comportamento, ecc) e una malattia. Le due cose non sono affatto identificabili.

Ci può fare un esempio?

Certo. Se un paziente lamenta mal di stomaco la diagnosi non è automaticamente gastrite. Lui ha mal di stomaco ma potrebbe dipendere da un altro organo, per esempio dal pancreas, o addirittura potrebbe avere un infarto. Identificare una manifestazione con una malattia è una sciocchezza. Purtroppo questo tipo di atteggiamento esiste, è diffuso e crea dei problemi.

Non ci sono, quindi, bambini iperattivi?

Che ci sia qualche bambino particolarmente iperattivo o particolarmente disattento è una verità; discutiamo, però, su quanti sono questi bambini; in secondo luogo cerchiamo di capire le cause; se non si segue questo filo logico si curano le manifestazioni eliminando la disamina di tutte le cause possibili.

E che dice dei test?

Porre delle domande del tipo ‘si muove?’, ‘ha difficoltà a giocare quietamente?’, ‘spesso chiacchiera troppo?’, non significa fare una diagnosi ma identificare semplicemente un comportamento. Se l’ADHD è un disturbo biologico e ne hanno le prove, perché non usano queste evidenze biologiche per fare diagnosi? Certo, se si scoprirà che si tratta di una vera malattia tutti saranno concordi nel curarla come tale.

“Siamo certi che tutti questi bambini di otto anni a cui diamo il Ritalin, a 16 anni non lo prendano per loro conto e diventino tossicodipendenti?”: è l’atroce dubbio che ha sollevato il professor Cancrini. Qual è il suo parere?

Concordo con il dubbio del professor Cancrini.Quando si insegna ad un bambino che il suo comportamento ‘scorretto’ non dipende da lui ma da qualcos’altro e che per migliorarlo bisogna assumere delle pasticche, svolgiamo un ruolo educativo sbagliato. Insegniamo a dipendere dalle pasticche. In secondo luogo quali sono i risultati raggiunti negli Stati Uniti? E’ presto detto: il numero di bambini tossicodipendenti è aumentato; il livello di attenzione e quindi di istruzione scolastica non è migliorato; il tasso di suicidi tra i bambini è in crescita; la percentuale di violenza nelle scuole è schizzata alle stelle. Allora se questi sono i risultati mi sembra che andiamo incontro al disastro!

Forse c’è in questa ossessiva voglia di calmare i bambini una fuga di responsabilità di genitori e insegnanti?

Nella nostra società abbiamo assistito ad un giusto aumento di alcuni fattori (concetto di libertà, di espressione, assenza di punizioni) al quale ha fatto riscontro un calo disastroso della didattica e dell’educazione scolastica. In più non ci sono i valori di riferimento (la famiglia, il rispetto degli adulti, ecc.) che spingevano il bambino ad autolimitare certi comportamenti. Valori che facevano parte di una società, forse superata, ma che non sono stati rimpiazzati da altri. Emblematico quel cartone animato americano nel quale si rappresenta una moltitudine di bambini che cercano di farsi diagnosticare l’ADHD, perché ne ricevono vantaggi; poi, quando si capisce che è tutto sbagliato, arriva un insegnate che dice di avere un metodo nuovo; un bambino, non contento, si mette ad urlare, l’insegnante gli dà una bacchettata e si dichiara pronto ad utilizzare lo stesso metodo per il nuovo ‘urlatore’. Tutti , improvvisamente, zittiscono. Allora è chiaro che l’ADHD non c’era perché i maestri avevano soluzioni diverse.

Da un lato abbiamo la casa farmaceutica Novartis il cui fatturato è cresciuto nel 2004 dell’11% raggiungendo i 4,8 miliardi di dollari e che, nei primi due mesi del 2005, ha aumentato la propria quota di mercato attestandosi al 4,5%; dall’altro i tedeschi, gli americani, gli svizzeri che bombardano con il Ritalin i ragazzi. Cosa le suggerisce questo accostamento?

Assistiamo ad una fortissima spinta per la medicalizzazione dei comportamenti umani e dei bambini in particolare; non è un caso se, da qualche decennio, la psichiatria ha scoperto che il mercato dei bambini può essere un mercato interessante. Ora laddove ci sono interessi particolarmente alti mettere insieme le due cose, come ha fatto lei, è un percorso logico assolutamente condivisibile. Non può non suscitare, quanto meno, qualche dubbio o qualche perplessità se non addirittura una indicazione specifica. Le case farmaceutiche hanno tutto il diritto di produrre e vendere farmaci ma ritengo che i cittadini abbiano il diritto di non essere imbrogliati da false diagnosi. Chi fa questo non è più uno scienziato, non è più un medico, sta facendo un altro percorso e sarebbe meglio che i cittadini ne fossero a conoscenza.


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