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A tavola mangiando cinese


Nel 2004 le importazioni di ortofrutta dal paese asiatico sono cresciute del 200 per cento, mentre nel complesso dell’agricoltura si è avuto un aumento del 136,5 per cento.
mercoledì 4 maggio 2005, di Vincenzo Raimondo Greco - 2230 letture

Ormai i mercati italiani sono invasi dai prodotti cinesi. A lanciare l’allarme sono, ancora una volta, la Confederazione italiana agricoltori e la Coldiretti. Le due associazioni parlano di una vera e propria “calata dei cinesi” di fronte alla quale il mercato italiano sembra vacillare. Pomodori, fagioli secchi, mele, pere, agli, cipolle e adesso anche pinoli e vino “made in China” stanno, infatti, mettendo in grande difficoltà la nostra produzione.

Nel 2004 le importazioni di ortofrutta dal paese asiatico sono cresciute del 200 per cento, mentre nel complesso dell’agricoltura si è avuto un aumento del 136,5 per cento. Una tendenza che sembra sempre più destinata a consolidarsi. “Il ‘pericolo giallo’- avverte la Cia- è sempre più minaccioso e desta allarme poiché rischia di aggravare la situazione di tantissimi produttori agricoli italiani che già vendono a prezzi stracciati e registrano un costante calo dei consumi di ortofrutticoli”.

Una preoccupazione che spinge la Coldiretti a chiedere all’Unione Europea "una indagine anche sul pomodoro cinese”.Ma il brutto deve ancora venire. Per quest’anno è infatti previsto, un vero boom del “made in China” agricolo in Italia. E le avvisaglie già s’intravedono, come del resto evidenziano gli stessi dati dell’Istat.

Se i pomodori concentrati guidano gli arrivi dalla Cina con un valore delle importazioni di oltre 62 milioni di euro, a breve distanza - precisa la Coldiretti - seguono i fagioli secchi con oltre 19 milioni, gli ortaggi in salamoia con 15 milioni, quelli congelati con quasi 13 milioni i funghi e i tartufi essiccati con oltre 10 milioni al pari degli ortaggi sottaceto, ma valori consistenti riguardano anche le mele con oltre 4 milioni e con il tasso di crescita più elevato”.

Si tratta di prodotti che giungono spesso sfusi o semilavorati in Italia dove vengono trasformati o confezionati senza alcuna indicazione per il consumatore e per questo occorre rendere operativa la etichettatura di tutti gli alimenti. “E per il futuro - aggiunge la Coldiretti - particolarmente preoccupante è lo sbarco in Europa dei pomodori pelati ‘Made in China’ presentati per la prima volta nell’ultimo Salone dell’Alimentazione di Parigi dalla multinazionale cinese Chalkis Tomato, filiale della Xinjiang Production fondata dall’esercito cinese”. Ecco perché è fondamentale per l’associazione guidata da Paolo Bedoni aprire una indagine europea anche sul pomodoro.

Ma il pericolo non viene solo dall’Est. Alla Cina si sono, infatti, affiancati paesi non tradizionali esportatori di frutta e verdura, come il Cile, l’Argentina, l’Uruguay, il Brasile, l’Africa del Sud. Così i nostri agricoltori sono costretti a fronteggiare le importazioni sempre più massicce di pomodori, cicorie, cipolle, zucchine, carciofi, kiwi, mele, pere, ciliegie, nocciole, mandorle. Tutti prodotti per i quali l’Italia ha mantenuto per anni la leadership non solo in Europa.

E allora perché si parla tanto e solo del Cina? Perché la minaccia cinese è quella che incombe sempre più pericolosa. “Si stima -rimarca la Cia- che la Cina attualmente possieda, per la produzione di ortofrutta, circa 350.000 ettari di serre ed 850.000 ettari di coltivazioni protette, mentre è stato avviato e sostenuto lo sviluppo di liberi mercati all’ingrosso. Ci sono, inoltre, altri programmi che prevedono l’ammodernamento della rete infrastrutturale tra province, in modo da migliorare le possibilità di commercio tra aree produttive ed aree di consumo, queste ultime localizzate prevalentemente nel Nord”.

Ma a rischio è , anche, un settore ritenuto, finora, intoccabile, quello vinicolo. “A partire dagli anni ‘90 -rileva la Cia- la domanda di vini di uva da parte delle classi sociali più abbienti delle grandi città cinesi ha subito una forte accelerazione. Il contatto con gli stili di vita europei e la volontà di utilizzare beni di consumo che costituissero status symbol sociali hanno fatto crescere il consumo di vini in bottiglia nei canali distributivi”.

Dietro il “fenomeno vino” cinese vi è una espansione della superficie vitata, che tra il 1997 ed il 2003 ha fatto registrare una crescita del 78 per cento, con un’estensione che supera i 350 mila ettari. E ciò ha spinto un aumento produttivo e l’avvio di una strategia di penetrazione sui mercati esteri. Il risultato è presto detto: “le importazioni durante il 2004 -sottolinea la Cia- hanno avuto un aumento del 300 per cento. Percentuale che nel prossimo autunno è destinata ad aumentare”.

E allora quali strumenti per frenare questa invasione? “Battere la concorrenza con la trasparenza dei mercati e aiutare i consumatori a fare scelte di acquisto consapevoli con una adeguata informazione in etichetta”, dichiarano alla Coldiretti.

Il Made in China è una cosa diversa da ciò che il consumatore crede di acquistare sulla base delle indicazioni presenti nelle confezioni. “Per questo - continua la Coldiretti - è necessario che sia resa obbligatoria l’indicazione in etichetta dell’origine della componente agricola utilizzata in tutti gli alimenti, affinché non sia possibile sfruttare l’immagine delle zone tradizionali di coltivazione, ingannare i consumatori e danneggiare gli imprenditori agricoli nazionali con la presenza sul mercato di prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza da quanto immaginabile dalle etichette”. Le linee sono state già tracciate con l’etichettatura “di origine della carne bovina” e al “codice di identificazione delle uova”; biosogna, ora, intraprendere quella stessa strada. E farlo nel più breve tempo possibile.

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