A margine della strada

Sonnecchiante, nel suo giaciglio di frumento, Fromista ci riceve nella sua dimensione domenicale con le macchine lente in strada, i vestiti a festa, capannelli, taciti appelli, mani che si stringono, bocche che si sorridono, occhi che si interrogano al nostro passaggio.
di Antonio Cavallaro - mercoledì 20 ottobre 2004 - 4210 letture

Sonnecchiante, nel suo giaciglio di frumento, Fromista ci riceve nella sua dimensione domenicale con le macchine lente in strada, i vestiti a festa, capannelli, taciti appelli, mani che si stringono, bocche che si sorridono, occhi che si interrogano al nostro passaggio. Puente Fitero è gia molto distante, delle volte non bastano solo i metri per misurare le distanze occorre anche qualcosa che ha a che fare con la consapevolezza, in un modo o nell’altro. Si girano lentamente quando ci vedono riflessi sul vetro del bancone di questa lussuoso caffé - pasticceria dove siamo seduti per fare colazione. La crema del dolce ha il sapore amaro di un giudizio, morso dopo morso è questa espressione che si dipinge sul volto di chi, avvicinandosi al bancone ci scorge nel vetro e a più riprese si volta per ammirare quella che per loro deve essere una continua ma insofferente meraviglia. Anche dopo, quando sono stati serviti, è un peccato che la glassa del dolce non rifletta la nostra immagine, costringendoli a questo gesto poco elegante che con l’ambiente della pasticceria stona più dei nostri vestiti sporchi, dei nostri scarponi infangati. Non basta aver lasciato i nostri bastoni, poggiati fuori, sulla parete, come cavalli all’uscita del saloon. Non basta aver spinto gli zaini ai lati, nascondendoli dietro le sedie; ma signori, non sono i nostri simili quelli stampati sulle copertine degli opuscoli della vostra cittadina, che celermente, l’ufficio del turismo strategicamente piazzato all’ingresso del paese è prodigo nel consegnarci? Non è a quelli come noi, che sono qui di passaggio, che è rivolto il cartello affisso sopra la porta di ogni chiesa e che fissa in euro la possibilità di incontrare Dio? Fortuna che non badiamo molto a queste cose.

Malgrado questo, non sono gli abitanti del paese ha fischiarci dietro quando andiamo via. E’ Maurizio. Non ci vedevamo da Burgos, ha sempre il suo bastone, quello arrivato dall’Italia, spezzato appositamente per superare i controlli all’aeroporto. Ha un cappello nuovo, una macchina fotografica usa e getta che tradisce desideri più comuni e storie da raccontare; l’andatura è sempre quella di chi sembra claudicante, a chi non l’osservi bene può dare anche l’impressione di zoppicare, passi piccoli che si muovono veloci. Ancora una volta andiamo assieme. A fine giornata arriviamo a Villalcazàr de Sirga, il paesaggio oggi ha perso la sua connotazione straordinaria, sempre più cose si intramezzano alla comunione di cielo e terra e anziché incuriosirlo lo rendono piatto e noioso. Abbiamo anche percorso un lunghissimo tratto che viaggiava parallelo ad una strada asfaltata, le macchine che mi sfrecciavano accanto mi strappavano ogni interesse, portandoselo con loro, un comodo monotono sentiero pedonale marcato da numerose colonnine con incastonate mattonelle col simbolo della conchiglia, o almeno il ricordo, dato che molte erano vittime di una noia vandalica o di chi era alla ricerca di un souvenir da conservare o da vendere. In albergues ci accoglie Ana, è una ragazza molto minuta ma questo non le impedisce di prendersi in spalla a turno i nostri zaini, portandoli in camera: "tu l’hai portato per tutta la giornata, io lo porto solo fino in camera" dice lei. Il rifugio è piccolo ma è ben tenuto e questo gli dona un aspetto gradevole, ci sono cartelli da per tutto specie in bagno ed in cucina, ti ricordano che il rifugio è di tutti, invitandoti a mantenere un comportamento civile e di rispetto:
- "Perché i cartelli sono scritti in tutte le lingue tranne che in italiano, specialmente quello che ti avverte di tenere la testa bassa quando si scende la scala?"
- Perché nessuno italiano lo ha mai fatto!

Ana oltre ad avere sempre la risposta pronta e anche meno schiva degli altri ospitaleri, appartiene ad una associazione di volontari, gli ospitaleri, mi spiega lei, "o sono stipendiati oppure sono volontari come me, il nostro compito è quello di mantenere lo spirito del cammino". Si finanziano con i soldi delle offerte, quest’anno ad esempio hanno potuto comperare delle coperte e delle stufe. Le associazioni come la sua ottengono la concessione dalle municipalità per il mantenimento della gestione degli albergues, un periodo non superiore ai quattro anni, concessioni che devono essere ambite da molte associazioni. E’ la precarietà di questa situazione che la spinge ha gestire il rifugio col sorriso in bocca ma con un pugno di ferro, io me ne accorgo quando mi rimprovera per aver gettato a terra la cicca di una sigaretta. Ha ragione, ma è inutile farle notare che la mia cicca si mischia con le altre che a centinaia ricoprono il marciapiede o compongono una piccola montagna dentro la cabina telefonica, Ana si preoccupa che i "suoi" pellegrini non sporchino o disturbino. "Alcune associazioni spagnole…" a questo punto si ferma e senza motivo puntualizza il fatto che lei è basca, poi continua: "alcune associazioni si preoccupano solo di arricchirsi, per noi il Cammino è importante, il cammino si dice che è come la vita: la prima parte è fatta di continue salite e discese, la seconda che corrisponde alla meseta è monotona come può esserlo la vita adulta e la terza corrisponde alla vecchiaia, rassicurante e tranquilla come le colline della Galizia".

L’indomani mattina abbiamo deciso di proseguire ognuno per conto proprio, così, sono rimasto solo quando finisco di prepararmi lo zaino, Luigi ed Alessandro sono già andati via, saluto Ana e saluto un assonnato Maurizio, ci diamo appuntamento più avanti da qualche parte… e ci sono andato più avanti quel giorno, e anche i giorni successivi, ma quella è stata l’ultima volta che l’ho visto. Mi piace pensare che l’appuntamento non sia saltato e che ci sia sempre, solo più in là, in avanti, da qualche parte.

Quel giorno abbiamo attraversato un tratto lungo 17 chilometri in cui non c’era nulla, ne un paese, ne un monumento, ne una fontana. Niente, avanti sempre dritto, gli unici punti di riferimento fino al paese successivo, Calzadilla de la Cueza, due querce che distano fra loro più di tre chilometri. Ana ci ha messo in guardia al riguardo, è una parte che può essere terribile se non si è in ottime condizione o peggio se si affronta senza acqua, e noiosa da morirne. L’idea di andare incontro ad un tratto del genere mi esaltava, ma chilometro dopo chilometro questa parte di meseta si è rivelata incapace di reggere il confronto con gli altopiani incontrati. Un paesaggio ordinario e desolato, che non riesce a spostare i pensieri più in là dell’occhio. I colori non possiedono le cose, sembrano cascatigli addosso, posticci.

Ho incontrato un signore belga che gia conoscevo e che somiglia straordinariamente a "Ian Mc Illan", parliamo un po’, per capire se è meglio della noia: ha gia fatto il Cammino nel ’99, in occasione dell’ultimo anno jacopeo. Nel 2002 si è rimesso in cammino ma problemi al piede l’hanno costretto a far ritorno a casa. Mi chiede se giunto a Santiago ho intenzione di fermarmi lì. Io gli spiego che ho intenzione di arrivare fino a Finisterra, "bene" mi dice lui, mi raccomanda allora di non fermarmi a Santiago per più di una notte: "Santiago much comforts". Mi spiega che dopo esser giunti e facile adagiarsi e dopo non si riesce ad andare più da nessuna altra parte, "vai avanti" mi ripete, "vai avanti, non ti fermare" me lo ripete cinque volte, me lo urla dietro anche quando lo saluto e passo avanti. "Vai Avanti"!

In strada raggiungo Luigi, quando arriviamo a Terradillos de Templarios abbiamo già fatto 32 chilometri, Alessandro è seduto nel cortile, si è tolto le scarpe, ha fumato tutte le sue sigarette e ci ha aspettato per dirci che qui non c’è più posto. La situazione potrebbe volgersi in dramma. I prossimi paesi sono distanti e non sappiamo se una volta giunti, non si possa riproporre lo stesso problema. Siamo stanchissimi, normalmente dopo 25 chilometri sento i miei piedi lacerarsi ad ogni passo, oggi ne abbiamo già fatti 32 e ancora non sappiamo dove dobbiamo arrivare. Ci rimettiamo in strada, proviamo anche a fare l’autostop ma nessuno si ferma, anche se ce la prendiamo con loro sappiamo però di non poterli biasimare, siamo in tre ognuno con un grosso zaino e con i vestiti sporchi. E’ anche inutile chiederci se noi faremmo o non faremmo la stessa cosa. Così andiamo avanti, misurando il tempo a colpi di bastone sul guard rail. E’ un altro San Nicolas, San Nicolas del Real Camino, a correrci in aiuto, dopo altri 10 chilometri. Un paese che pare vuoto, con le case che potrebbero benissimo essere finte, nessuno per le vie.

L’albergue è privato ed è quanto di più comodo e moderno fino incontrato. Oltre ad un altro pellegrino non c’è più nessuno, così la doccia diventa una gara di resistenza fra me e lo scaldabagno. A cena le due signore che gestiscono l’albergue oltre a permettere ad Alessandro di cucinare, in maniera molto gentile ci offrono del cibo. Ceniamo assieme all’altro ospite, Feliciano. Feliciano lavora in banca a Madrid ma è nato a Toledo… anche lui come Ana e come molti spagnoli finora incontrati, tiene a precisare orgogliosamente le proprie origini, qualcosa che trascende il comune sentimento di appartenenza nazionale. Feliciano è anche un esperto d’arte e dato che la prossima città è Leon, ci consiglia di andare ad ammirare le magnifiche vetrate della cattedrale il pomeriggio, quando il sole permette di creare degli splendidi giochi di luce che ne esaltano la bellezza. Si finisce per parlare anche di politica, è molto critico verso la politica degli Usa e verso il tacito e subdolo uso che i governi fanno dei mezzi di informazione, molte cose non lo convincono dell’11 settembre e dell’11arzo e neanche di Zapatero. Per Feliciano indipendentemente degli attentati di Madrid, il governo Aznar aveva già il destino segnato, "in Spagna da qualche anno c’è un detto", continua lui, recitandocelo poi in italiano: "il pericolo per l’uomo del futuro e che venga eletto un uomo con la cultura di Bush, la perspicacia di Berlusconi e menzognero come Aznar".


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