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A difesa dei lavoratori di Termini Imerese


Tutti parlano di lavoro, ma poi si finisce per difendere quanti non hanno nessuna intenzione di lavorare.
martedì 6 dicembre 2011, di Emanuele G. - 175 letture

Il dibattito sulla drammatica crisi che sta stritolando il nostro paese non mi appassiona più di tanto. Si imbastiscono riflessioni che dimostrano subito la loro ipocrisia di fondo. Si preferisce dilungarsi sugli effetti che sulle reali cause. Certo è più facile parlare senza affrontare de visu le ragioni strutturali del disastro che è scoppiato attorno a noi. Parlare tanto per parlare ci scioglie da qualsiavoglia legame di responsabilità. Eppure, bisogna andare al nocciolo della questione. E il nocciolo della questione è rappresentato dal lavoro. Oh certo si sprecano effluvi di parole o ettolitri di inchiostro in riferimento al tema lavoro, ma poi tutto finisce lì. Nel vuoto più pneumatico che la mente umana possa immaginare. Nel deserto più immenso…

Questo articolo rende omaggio a chi lavora sul serio e ne ha fatto il proprio abito etico. Mi riferisco ai lavoratori di Termini Imerese. Loro sono gli eroi del nostro tempo. E’ grazie a loro che continuiamo ad avere un po’ di fiducia nell’avvenire. Una fiducia sbrindellata da una prosopopea di cattivi esempi. Loro rappresentano il lavoro che davvero rende liberi. Ossia persone a tutto tondo. Persone degne del nome persona. Non vi ricorda nulla l’espressione “il lavoro nobilita l’uomo”? Appunto. I lavoratori di Termini Imerese con il loro diuturno e faticoso lavoro hanno nobilitato l’uomo. Non solo loro, bensì tutti noi. Un lavoro pagato due euro. Come se lavorare fosse opera di misericordia. Saremmo visibilimente più poveri senza loro. Io come siciliano mi piace portarli ad esempio. Mi fanno sentire orgoglioso di appartenere alla Sicilia. Parlando di nobiltà mi si apre il cuore allorquando vengono intervistati. Rispondono fieri e modesti. Perché sentono la responsabilità di essere il motore attorno a cui una Sicilia diversa è possibile.

Al contrario, assisto a un fenomeno subdolo e pericoloso. Si parla a ogni piè sospinto di lavoro. Che manca. Che non c’è. Che è precario. Che è diventato una chimera. Ma sotto sotto si continua a difendere quanti non hanno nessuna intenzione di lavorare concretamente. Di esempi, la cronaca di tutti i giorni ce ne fornisce ad iosa.

Prendiamo ad esempio il caso dell’infermiera dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. E’ stata finalmente scoperta dopo aver lavorato solo 6 giorni su nove anni! Si è persino inventata due false gravidanze per continuare a recitare la truffa. Ma dov’erano quelli che dovevano sorvegliare a che l’infermiera lavorasse? Scommetto che il processo che si terrà concederà tante di quelle attenuanti da ritenere la truffa un’invenzione di non so quale magistrato in preda a protagonismo. La lentezza della legge diventa un meccanismo di perniciosa difesa di chi non lavora.

L’ex-presidente delle Generali Geronzi è stato di recente condannato per i crac Cirio e Parmalat. Un banchiere dovrebbe per codice deontologico essere uno snodo vitale del sistema lavoro di un paese civile. Sono i banchieri ad avere il compito di fornire a chi intende creare lavoro le risorse necessarie allo scopo. Invece, assoggettati alla legge del profitto facile pongono in essere strategie finanziarie per guadagna sempre di più. Con il risultato di destinare risorse viepiù sovradimensionate alla speculazione e non alla produzione di beni e servizi. In sintesi a prosciugare quelle occasioni per creare lavoro.

La Cgil ha lincenziato quest’anno parecchi precari che contribuiovano con il loro lavoro alla funzionalità del sindacato. Non è ciò un controsenso? Un sindacato che dovrebbe difendere il diritto al lavor che licenzia. Per di più dei precari. Ma i sindacati non erano contro i lavoratori precari? Come si fa ad ergersi come difensori del lavoro concreto quando si preferisce assumere e disfarsi di precari? Cari sindacati mi potete spiegare questa vostra schizofrenia? Difendete i tanti lavoratori dipendenti imboscati a fare nulla e licenziate chi vorrebbe lavorare per davvero e non per finta. E’ da rimanere, per lo meno, allibiti. Una schizofrenia che rasenta nell’ipocrisia.

Il lavoro è il fondamento dell’essenza stessa del nostro paese. La Costituzione lo ha riconosciuto in capo all’articolo uno. Esso dovrebbe costituire la base di ogni azione e di ogni provvedimento. Invece, con il passare del tempo, l’articolo uno è assunto a semplice espressione verbale a cui non segue alcuna azione concreta. Anzi è andata consolidando una prassi del lavoro-non lavoro. Dello scimiottamento del medesimo. Tanto per prendere ingiro gli altri per il proprio tornaconto. La situazione si è ulteriormente aggravata con Berlusconi secondo il quale il lavoro per eccellenza è quello di chi truffa sistematicamente il prossimo comportandosi come “bon viveur”. Il modello di lavoro per le donne? Meglio non evocare espressioni squallide e grottesche. Ecco perché sono dalla parte dei lavoratori di Termini Imerese. Loro sono il lavoro. Quel lavoro che permetterebbe al nostro paese di abbandonare le tragiche secche in cui si è impantanato da decenni.

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