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A Milano la mafia c’è

Pubblicate le intercettazioni delle indagini sulle infiltrazioni mafiose all’Expo. Il ruolo della grande stampa: prima pifferaia e ora disattenta
di Adriano Todaro - mercoledì 2 novembre 2016 - 3772 letture

Ci voleva un magistrato calabrese, Federico Cafiero De Raho, per ufficializzare che la ‘ndrangheta aveva messo le mani sui lavori dell’Expo a Milano, nella città definita da Raffaele Cantone – presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione – “capitale morale d’Italia”.

Con il lavoro compiuto da De Raho e i conseguenti indagati, crolla tutta la misera impalcatura di questa narrazione a canale unico, di questa, come si dice ora, "storytelling", di questa inutile e spendacciona kermesse. I prodromi c’erano tutti ma pochi se ne sono accorti, pochi i giornali che hanno denunciato. Tutti a magnificare la Grande Esposizione, tutti a salmodiare che si sarebbe alzato il Pil, tutti a garantire che la mafia, a Milano, non sarebbe entrata.

Infatti, non c’era proprio bisogno che entrasse. La mafia, a Milano, era già residente, da tempo. L’informazione non ha voluto vedere che sin dal marzo 2014, con i primi arresti per gli appalti pilotati, la mafia stava gettando le basi per la grande mangiatoia. Passano pochi mesi da quegli arresti e l’8 maggio 2014 finiscono in galera vecchie conoscenze dei magistrati, l’ex Dc Gianstefano Frigerio, l’ex Pci Primo Greganti, l’ex senatore Pdl Luigi Grillo, l’ex Udc-Ndc Sergio Cattozzo, il direttore Pianificazione e Acquisti di Expo 2015 spa e general manager Constructions, braccio destro del futuro sindaco Sala, Angelo Paris e l’imprenditore Enrico Maltauro. Il mese seguente, sempre Angelo Paris è indagato per la famosa “piastra” (le opere di urbanizzazione delle infrastrutture di base), un appalto da 149 milioni e con lui anche l’ex amministratore delegato dell’impresa Mantovani, Piergiorgio Baita.

Questo non può bastare ancora e così il 14 luglio, Roberto Maroni, il cosiddetto “governatore” della Lombardia e il suo capo segreteria Giacomo Cirello, sono indagati per concussione e induzione. Ancora qualche mese e il 28 ottobre sono indagate altre 13 persone per associazione mafiosa.

Non ci voleva molto capire cosa stesse succedendo nella “capitale morale d’Italia”. L’informazione si sarebbe dovuta buttare a pesce su questi episodi, pungolare il potere, chiedere luce sugli appalti, fare inchieste sui personaggi. E, invece, hanno preferito dire poco e quel poco male. Quando visitammo l’Expo, scrivemmo le manchevolezze che erano sotto gli occhi di tutti. Eravamo andati all’ufficio stampa per chiedere il numero degli alunni che avevano visitato, sino a quel momento l’Expo. L’ufficio stampa Expo non era autorizzare a fornire i dati. E quanti complessivamente gli ingressi? Non siamo autorizzare a fornire questi dati.

Segreto di Stato. Un segreto che doveva continuare per tutta la durata della manifestazione, con numeri che il futuro sindaco Giuseppe Sala sparava senza nessun appiglio ufficiale. Numeri sparati per stupire, effetti speciali da televendita, imbonitore da bancarella di mercato. Si parlava di milioni di cinesi in visita all’Expo, di assunzioni di giovani, di Pil aumentato, di ricadute positive in tutti i settori.

Addirittura si fornivano, questa volta sì, le cifre. Le loro cifre, quelle cifre che poi i giornali amplificavano, che poi le televisioni dilatavano a reti unificate. E allora ecco che i futuri occupati sarebbero stati 240 mila, ecco che grazie all’Expo nei prossimi 15 anni avremmo avuto un indotto di 31,6 miliardi. Sarà stato forse un caso che questi ottimistici gazzettieri scrivessero su giornali cui Expo dava tanta pubblicità?

Poi, a fine Expo, la doccia fredda. I cinesi forse sono ancora in giro per Milano a cercare l’Expo, i visitatori sono stati meno di 18 milioni, si sono spesi 2,2 miliardi e se ne sono incassati 700 milioni. Un vero grande successo con le lodi sperticate al grande manager che gli arrestavano i dirigenti attorno a lui, ma non si accorgeva di nulla. Sala non ha, sino ad ora, responsabilità penali. Ma morali sì. Uno così, in un altro Paese, sarebbe stato cacciato a calci. In Italia, invece, lo si premia e diventa, per il centrosinistra, sindaco di Milano.

E ora l’altra doccia fredda. Il Procuratore di Reggio Calabria certifica, nero su bianco, che la mafia a Milano c’è e ha fatto grandi affari grazie all’Expo. E ancora ne fa giacché, dove c’era Expo ora esiste un’area immensa che solletica il palato delle cosche calabresi e non solo.

Sugli ultimi indagati e sulle loro intercettazioni non c’è narrazione, lo “storytelling” è sparito. Tutti buoni e zitti le grandi testate. Una notizia del genere sarebbe dovuta comparire in prima pagina a caratteri di scatola e invece, i due più grandi quotidiani, Corriere e Repubblica, la confinano nelle pagine locali.

Questo grande esempio di giornalismo fa venire in mente cosa è diventata oggi, in Italia, l’informazione. Non è certo un caso che, in graduatoria mondiale, siamo al 77° posto. I grandi giornali confinano le notizie sgradite nelle pagine locali. Le piccole testate licenziano e sfruttano i giornalisti quanto e più dei raccoglitori stranieri di pomodori. Il Giornale di Sicilia, ad esempio, ha messo in cassa integrazione, a zero ore, i suoi collaboratori. E li ha sostituiti con nuovi collaboratori. La paga? Meno di 4 euro ad articolo. Se consideriamo che per scrivere un articolo, fare le verifiche, parlare con le persone interessate al fatto eccetera, ci vogliono ore e ore di lavoro, la paga è attorno ai 30/40 centesimi l’ora.

E’ la stampa bellezza! E tu non puoi farci niente” diceva Humphrey Bogart al gangster nell’ “Ultima minaccia” (a proposito, il gangster del film mi sembra si chiamasse Renzi). Visto come sono andate le cose e come vanno le cose nell’informazione, noi preferiamo un’altra massima, questa anonima: “Non dite a mia madre che faccio il giornalista, ma che suono il piano in un bordello”.


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