Mentre muoiono, in pochi giorni, otto detenuti nelle carceri siciliane, continuo andirivieni di deputati nella cella di Alfonso Papa.
Marcel Vitiziu, 30 anni e Alfonso Papa, 41 anni sono due detenuti che stanno scontando la pena nelle carceri italiane. Anzi. Per uno di loro, Vitiziu, dire che scontava la pena è un eufemismo,
considerato che è morto. Fra loro non si conoscevano e, d’altronde, non potevano essere più diversi. Marcel Vitiziu era romeno e al momento dell’arresto, in una tabaccheria, era ubriaco e si sarebbe scagliato con calci e pugni contro i militari. Con fatica, questi, gli avevano messo le manette ma, all’improvviso, il romeno aveva cercato di divincolarsi ed era caduto "sbattendo più volte il viso sul pavimento".
Detenuto nel carcere di Gazzi, a Messina, muore lunedì 3 ottobre per arresto cardiaco mentre in ambulanza veniva trasferito al Policlinico. La deputata radicale Rita Bernardini ha chiesto una commissione d’inchiesta e l’ avvocato del romeno ha evidenziato dubbi sulle cause del decesso, che potrebbe essere stato provocato da lesioni interne “non correttamente diagnosticate tra venerdì sera e lunedì mattina”. Il legale ha chiesto alla Procura di accertare da dove eventualmente derivino, se da traumi o da percosse, ma anche perché sia stato trasferito in carcere in stato d’arresto per resistenza a pubblico ufficiale e non invece sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio.
Il carcere di Messina, è uno dei 206 istituti di pena sempre in emergenza. I detenuti dovrebbero essere 162 ed invece sono 393; gli agenti di polizia penitenziari debbono fare turni gravosissimi e dovrebbero essere 293 ed invece sono 198.
Il romeno e Papa non si conoscevano e quest’ultimo non conosceva neppure Mohamed Nayli. E neppure Salvatore Camelia morto presso il carcere di Caltagirone, Giuseppe Siracusa nel carcere di Caltanissetta, di Alex Pantano all’Ucciardone di Palermo, di Narcise Adrian Manole ad Agrigento, di Giuseppe La Piana e Ennio Mango al Pagliarelli.
Tutti detenuti, tutti morti nella completa indifferenza delle autorità che li avevano in custodia. Alfonso Papa, invece, è molto conosciuto. Intanto è un ex magistrato ma soprattutto è stato onorevole fino a quando il Parlamento ha votato per il suo arresto. E’ accusato di rivelazione e utilizzo di segreti, concussione, favoreggiamento e associazione per delinquere (la P4).
La gente in galera non ci piace, soprattutto in queste galere dove manca umanità, dove la dignità del detenuto è violentata, schiacciata, vilipesa, dove la vita umana vale pochissimo. Bisogna rispettare la dignità delle persone non dimenticando mai che se questo non avviene significa non rispettare l’articolo 27 della nostra Costituzione. Vitiziu non doveva stare in galera così come non doveva starci Marcello Cucchi e tanti altri.
Non ci piace la galera perché non serve a "redimere", ma spesso, a incattivire i detenuti. Non ci piace perché così com’è non ha senso, non serve a nulla. Quando in pochi metri quadrati ci si sta in sette, quale recupero volete che ci sia? Quando si passano 20 ore in branda su 24 perché non si sa cosa fare, cosa si recupera? Nel carcere di Palermo qualche domenica fa, nel "bagno", si è impiccato un tunisino di 35 anni. I compagni di cella (sette persone) se ne sono accorti solo la mattina successiva.
La legge non è uguale per tutti. In galera si riproducono le stesse dinamiche della società esterna. Chi ha più soldi sta meglio. Mangia meglio, può disporre di buoni avvocati che faranno di tutto per fargli fare meno detenzione, riuscirà forse a trovare una cella meno affollata. Ma Marcel Vitiziu? E gli ultimi morti, in ordine di tempo? Che prospettive future avevano Mohamed Nayli, Salvatore Camelia, Giuseppe Siracusa, Alex Pantano, Narcise Adrian Manole? Loro e gli altri 51 suicidatisi dall’inizio del 2011 per un totale di 148 morti in carcere? Nessuna prospettiva. Solo lunghi anni di detenzione in carceri fatiscenti, affollati. Anni di violenza, abbandonati da tutti, senza rapporti se non con qualche volontario.
Negli ultimi 11 anni, nelle carceri italiane sono morti 1.800 persone; 1/3 di loro si sono suicidati. Ed è per questo che quando leggo sui giornali che il detenuto eccellente Alfonso Papa è continuamente visitato da esponenti politici, mi viene un senso di ribellione. Gli amici politici descrivono Papa come un "fantasma", raccontano ai giornalisti che è molto "dimagrito, prostrato, con la barba lunga", in cella con altri quattro detenuti.
Chi conosce solo un po’ l’ambiente carcerario sa che l’impatto con la galera è traumatico. Non è un caso che i suicidi avvengono, nella maggioranza dei casi, nei primi mesi di detenzione. E’ un impatto così violento che spesso non si ha la forza di reagire, ci si lascia prendere dall’apatia, dalla depressione. Non si intravede nessuna speranza. In pochi metri quadri si convive con altre quattro o più persone e non per una notte ma per mesi, per anni. Persone che sino a quel momento erano sconosciute, che hanno abitudini diverse, che hanno magari avuto una vita fatta di violenze. Davanti a loro si fanno i bisogni fisici. E mentre questo atto, chiuso nel proprio bagno, è un fatto intimo, naturale, in presenza di altre 4/5 persone diventa anch’esso violenza.
E poi tutto il rituale della galera: la devastante e traumatica visita medica quando entri, l’essere appesi, per qualsiasi richiesta o necessità, alla "domandina", la difficoltà di parlare con un educatore o il magistrato di sorveglianza che ti dovrebbe seguire nel tuo percorso di "rieducazione", i pochi minuti di telefonate concesse (se sei definitivo), i regolamenti interni spesso senza senso ed altro ancora. Per non parlare dei mesi che possono passare per poter fare una visita da un odontoiatra o da qualsiasi altro specialista.
Tutte cose che contribuiscono, se non sei molto forte psicologicamente, a farti cadere nella depressione e, come affermano i visitatori di Papa, a farti diventare "un fantasma".
Uno di questi visitatori molto preoccupati della salute di Papa è quel Renato Farina alias Betulla, spia dei servizi segreti, radiato dall’Ordine dei giornalisti, condannato di favoreggiamento perché coinvolto nel rapimento dell’ex imam di Milano, Abu Omar e, ovviamente, finito in Parlamento. Ed è bene che sia preoccupato, così almeno lui e i suoi colleghi parlamentari smetteranno di raccontare in Tv cazzate siderali sul carcere senza conoscerlo. Smetteranno di parlare di "certezza della pena", di "giustizia giusta", dei soliti luoghi comuni (hanno la Tv in ogni cella, escono subito ecc.). Forse andando a trovare il loro sodale Papa hanno visto, per la prima volta, l’interno di un carcere e, forse, hanno capito qualcosa.
Sino ad ora, però, se ne sono disinteressati. Non si sono mai interessati dei vari Mohamed e di tutti gli altri. Papa è in custodia cautelare in attesa di processo. Come lui, nelle carceri italiane, ce ne sono 14.639. Quanti parlamentari si sono interessati di queste persone? Se sono dimagriti o prostrati?
Il quotidiano di famiglia, Il Giornale, denuncia che a Papa i giudici gli impediscono "di ricevere il bollettino delle riunioni parlamentari e le convocazioni dell’assemblea". Scandalo? E che dire, allora, degli stranieri in galera, magari perché non avevano in tasca un foglio di carta a cui gli si impedisce ogni contatto con i familiari, che non possono comunicare e difendersi perché spesso non c’è neppure un interprete?
Interessa al cattolico Betulla e soci la sorte di 24.401 detenuti stranieri? O quella dei 14.639 detenuti in attesa del primo giudizio? No che non interessa. A loro interessa solo Papa perché è uno di loro. E Papa interessa anche a noi, lui e gli altri 67.427 detenuti di cui 2.877 donne. Ci interessano perché essi vivono in carceri dove ce ne dovrebbero stare 45.817; 22 mila persone di troppo.
A noi, interessano tutti. Stranieri e italiani, donne e uomini perché se è vero che chi commette un reato deve essere "ristretto", è altrettanto vero che la dignità non può e non deve essere "ristretta". Questo vale per Papa e ancor di più per i tanti Marcel Vitiziu.