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60 anni on the road


Il 5 settembre 1957 veniva pubblicato il romanzo dello scrittore americano. Da quella data l’America, per svariati motivi, non sarà più la stessa.
mercoledì 6 settembre 2017 , Inviato da Piero Buscemi - 1414 letture

La prima copia di questo romanzo la rubai. Intorno alla metà degli anni ’80, non feci tutto da solo. Mi aiutò nell’impresa il mio amico regista Vincenzo Tripodo. Il libro era in bella mostra in uno degli scaffali superiori di una libreria a Messina, dove avevamo da qualche mese deciso di riunirci una volta alla settimana per costituire una sorta di gruppo di scrittori maledetti e con l’ambiziosa idea di realizzare una rivista letteraria.

Fu di pomeriggio, pioveva, la maggior parte degli abituali partecipanti alle riunioni era in forte ritardo. Vincenzo mi condusse al piano di sopra, un luogo quasi inavvicinabile nelle precedenti occasioni. Mi aveva sempre affascinato quel locale soppalcato che si affacciava sulla via Garibaldi attraverso una finestra ovale. "Non puoi far parte di un gruppo di scrittori pazzi, se non hai letto On the road di Kerouac". Furono le parole di Vincenzo, mentre con eccessiva determinazione ed a colpo sicuro, si indirizzava verso lo scaffale che ospitava la copia, facendomi intuire che, almeno lui, su questo olimpo letterario c’era già stato.

La copertina raffigurava due ragazzi accovacciati in stile indiani d’America, illuminati in silhouette da un falò. Sullo sfondo uno sconfinato deserto, tipica scenografia che avrei trovata descritta sulle pagine del libro. Cominciai a leggerlo mentre, la sera stessa, ero di ritorno su un convoglio ferroviario che mi riportava in provincia.

Qualche tempo dopo, durante un’altra riunione, Vincenzo recitò, con tono teatrale, "Questa, da ora in poi, sarà la nostra bibbia". Pronunciò queste parole, mentre con orgoglio mostrava la mia copia, prelevata proletariamente dai generosi scaffali della libreria. La titolare, che rivestiva un ruolo di coordinatrice durante le riunioni, ci osservò per un attimo incuriosita, forse anche sospettosa, ma l’interpretazione di Vincenzo, acclamato a gran voce dagli altri astanti, bloccò istantaneamente il suo istinto di rivendicazione della proprietà.

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On the road

Quella copia ha viaggiato molto, come il titolo suggeriva già. Non impiegammo molto tempo per mettere in pratica le suggestioni di uno stile di vita che sessanta anni fa sconvolse una intera generazione americana e ben presto, anche quella internazionale - compresa quella italiana grazie all’immenso lavoro di traduzione che condusse Fernanda Pivano.

Se Henry Miller scrisse nella prefazione di un altro romanzo epico di Keoruac, I Sotterranei (edizione italiana, 1960), come lo scrittore avesse " violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità", possiamo affermare che quello stupro si consumò anche nelle menti di chi ebbe l’occasione di perdersi tra le pagine di On the road.

Non fu uno stupro devastante, fu piuttosto il risveglio di un istinto inneggiante alla libertà che, prima, l’immagine artefatta della società americana, poi quella europea sconvolta dalla seconda guerra mondiale, avevano narcotizzato di luoghi comuni e precetti educativi poggiati su un rassegnato quieto vivere.

Non staremo qui a ribadire le leggende legate a questo libro. Dalla sua stesura, realizzata di notte in qualche settimana da Kerouac su un rotolo di carta per telescrivente, o di un altro mito che identificò il rotolo in qualcosa di meno nobile. Né, tanto meno ci interessa soffermarci sulle difficoltà della sua pubblicazione, ritardata di sei anni rispetto al 1951, anno di realizzazione del progetto letterario, da molti attribuito al clima di censura scatenato negli Stati Uniti dal senatore Joseph McCarthy.

Quello che realmente ci preme di più evidenziare, è quel messaggio avveniristico e oggi tremendamente attuale, di una società americana, racchiusa in un cliché preconfezionato, raramente e con difficoltà contrastato negli anni da alcuni prodotti cinematografici o letterari in controtendenza.

Keroauc era figlio della prima guerra mondiale (nacque nel 1922), dove il suo Paese fu protagonista principale. Ha trascorso l’infanzia in un periodo di forte contrasto sociale, tra un’America che provava già allora a promuovere al mondo la sua immagine di grandezza ed emulo cosmopolita, e il primo crollo del sogno americano, infranto dalla crisi del ’29. L’atteggiamento spocchioso dei suoi personaggi politici che, tra l’arroganza e l’eccessivo consumismo, avrebbe condotto gli Stati Uniti, protagonisti anche nella seconda guerra mondiale, ad allargare i loro interessi di espansione economica, militare e culturale in ogni angolo del mondo.

Jack Kerouac e l’eredità intellettuale che ha lasciato rappresentano l’altra faccia della medaglia dell’idea di "americanità" che si era diffusa oltreoceano, attraverso gli eroi di guerra o i pistoleri dei film western. Quell’idea di superuomo, molto simile a quella vissuta nel nostro ventennio fascista, tra imminenti guerre in Corea ed in altre località dell’Asia, la guerra fredda contro la minaccia del comunismo e quella sponsorizzazione di una società votata al consumo e all’avvento della tecnologia nelle case che, davvero, violenterà gli animi e l’umiltà dei rapporti umani, anche di noi italiani.

Il messaggio di questo libro si ha la "libertà" di poterlo interpretare sulla scorta delle proprie esperienze di vita. Sulle voglie represse di fuga del popolo americano, di libertà, di riapproprio degli spazi sconfinati che erano stati rubati alle tradizioni degli indios locali nei decenni precedenti, sulla necessità di purificarsi dagli stereotipi "made in USA", beffeggiati anche dal nostro Alberto Sordi, sul bisogno di dare voce agli strati più poveri della società americana, quella costretta al vagabondaggio folcloristico e musicale di Woody Guthrie, quella dei viaggi presi a prestito sui treni merci che attraversavano da est ad ovest il territorio americano.

Quello che ci limitiamo umilmente di aggiungere è come poter constatare, rileggendo le pagine di On the road a distanza di decenni, un percorso politico, culturale, traviato ed ipocrita che in questi giorni ci pone davanti ad un’altra minaccia di guerra nucleare, prestando molta attenzione a nasconderci i retroscena e gli antefatti che hanno portato un bambino grasso, cresciuto male, da un stravagante taglio di capelli, a sorridere davanti a milioni di telespettatori, mentre gioca con i suoi giocattoli esplosivi e con la nostra vita.

Il rammarico che resta, e vale anche per noi italiani, è che quelle vie di fuga, a volte anche artefatte tra alcol e benzedrina, si stanno sempre più assottigliando, lasciando il posto ad una virtuale alienazione dalla realtà che finisce, inevitabilmente per farci sentire più soli. La consolazione, ancora una volta, è quella di avere ancora la libertà di immergersi tra le pagine di un libro, magari proprio On the road di Kerouac. Per non perdere l’abitudine di sognare, oltre quella di pensare.



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