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40 anni senza Peppino Impastato

Depistaggio. Un’unica parola per dare una spiegazione logica a quanto accadde quel lontano 9 maggio 1978.
di Piero Buscemi - martedì 8 maggio 2018 - 815 letture

Ci vuole fortuna pure quando si "decide" di farsi ammazzare da un comando mafioso, al quale hai sputato troppo spesso la verità in faccia. Sì, perché se la data della tua sentenza coincide con quella di una esecuzione di Stato ai danni di un politico che si chiamava Aldo Moro, anche la tua breve storia rischia di essere soffocata dagli eventi.

Anche le ricorrenze che si susseguiranno negli anni, avranno sempre un condizionamento mediatico, le cui motivazioni lasciano il dubbio che, tra due insabbiamenti, quello di un piccolo cronista del suo tempo, siciliano di Cinisi e alle nuove generazioni quasi sconosciuto, e uno statista al quale si è già perso il conto dei film a lui ispirati, diventi una scelta obbligata.

Ci ha pensato Rai 3 a ribadire questo concetto. Sono ormai settimane che dalle 20 in poi propone un Blob speciale dal titolo altisonante "Assolvenza Moro". Un titolo, senza dubbio, di particolare impatto emotivo, sia per chi quegli anni li ha vissuti in prima persona, sia per coloro che da questo martellamento mediatico, abbiano cominciato a chiedersi chi fosse Aldo Moro.

Non vogliamo anche noi ricadere nell’errore di accettare una sorta di competizione storica, dentro la quale far ricadere i nomi di Aldo Moro e di Peppino Impastato. Quello che pensiamo, però, è che alla vigilia dell’ennesima ricorrenza, quest’anno il quarantennale, un breve cenno sulla vita e la lotta alla mafia, condotta da Peppino fino al suo omicidio, sarebbe doveroso, oltre che necessario per lanciare un messaggio "antimafioso", in questi anni in cui si preferisce ricacciare la polvere sotto il tappeto del nostro falso quieto vivere.

Quel ragazzo sfrontato che osò sfidare la mafia sullo stesso terreno di proselitismo, che portò lo stesso Impastato ad affermare che, col tempo, si finisce per abituarsi a tutto. Anche alle schifezze che insudiciano le nostre vite. Quel ragazzo meriterebbe un posto privilegiato nella mente di ognuno di noi. Perché la sua avventura, quasi donchisciottiana, ha contribuito negli anni a riconsegnare al mondo un’immagine diversa della Sicilia rispetto a quella che la saga di Francis Ford Coppola, negli stessi anni vissuti da Peppino Impastato, aveva lanciato nell’opinione collettiva, tacciando a ragion veduta, un’etichetta difficilmente scardinabile dal DNA siciliano.

E’ grazie all’opera di denuncia, sociale ed etica, che questo ragazzo siciliano ha segnato una svolta all’omertà di circostanza che, in troppe occasioni, ha convinto tutti che lo stato parallelo della mafia, alla fine garantisse i diritti ed i servizi che lo stato tradizionale si è sempre guardato dal riconoscere pienamente.

Forse, in quell’immenso calderone di emettenti televisive che provano a diversificare l’informazione martellante dei giorni nostri, si potrà trovare la proiezione del film di Marco Tullio Giordana, "I cento passi". Non ha importanza se si avrà questo privilegio. Noi proveremo a riservarci da soli questo attimo di riflessione, anche rispolverando il DVD del film uscito nel 2000. E attraverso lo sguardo di sfida di Luigi Lo Cascio, l’attore che interpreta Impastato nel film di Giordana, in meno di due ore della proiezione, proveremo ad illuderci che le parole pronunciate da Lucia Sardo, l’attrice siciliana che interpreta la madre di Peppino, siano ancora valide e scolpite nella mente dei siciliani: "Nun su scurdaru a Peppinu!"

Biografia di Peppino Impastato, a cura del sito www.peppinoimpastato.com

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l’ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L’Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino.

Nel 1975 organizza il Circolo "Musica e Cultura", un’associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All’interno del Circolo trovano particolare spazio ìl "Collettivo Femminista" e il "Collettivo Antinucleare" Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra "rivoluzionaria" , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio "eclatante".

Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.

Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.

Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.

Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.


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