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20 marzo 2004: quella volta che Ingrao venne in motorino.


Roma, un anno dopo. Per tornare a parlare di pace nelle piazze. A smentire strumentalizzazioni politiche e l’annoso gioco dei numeri ballerini delle statistiche.
mercoledì 24 marzo 2004, di Piero Buscemi - 2071 letture

Se ne è già parlato troppo. Ancor prima che un paio di milioni da tutta Italia decidessero di rincontrarsi nella capitale, a ricordare a chi forse l’ha già dimenticato, che un anno fa gli Stati Uniti e la coalizione europea bombardarono Baghdad per riportare la "pace" in Iraq. Se ne è parlato nelle aule del Parlamento italiano, dove politici delegati democraticamente dal popolo, hanno deciso che era giusto proseguire la missione di "pace", nonostante gli incidenti di percorso di Nassiriya. Se ne parlerà ancora per tutti gli strascichi, più numerosi che nelle altre occasioni, che questa manifestazione si porterà dietro per diverso tempo.

E’ inevitabile, da parte di chi scrive su questa giornata, non cadere nella trappola che la vicenda Fassino ha teso inaspettatamente (?) a quello che doveva essere un motivo d’incontro, magari anche folcloristico, di giovani, adulti, rappresentanti di associazioni umanitarie, o più semplicemente, di manifestanti spontanei con la voglia di dire NO alla soluzione guerra, se si può considerare una "soluzione". Quando stamattina, intorno alle 10, si è percorso il tragitto che da Piazza della Repubblica porta a Piazza Barberini, la cosa che risaltava all’attenzione dei presenti era, rispetto all’anno precedente, un dispiego di forze dell’ordine più numeroso, oseremo dire, esagerato. Seppur vero, che quanto successo in quest’ultimo anno, faceva presupporre una maggiore prudenza da parte dei responsabili alla sicurezza, l’orario anticipato rispetto all’inizio del corteo, fissato alle 13 e poi di fatto, mossosi verso le 14, ha lasciato qualche dubbio sulle vere motivazione di questo eccesso di lungimiranza. Non è stato di certo d’aiuto, la manifestazione dei bipartisan organizzata due giorni prima, con la quale si è cercato di dimostrare che una parte della società civile ritenesse opportuno l’impiego di uomini e mezzi economici in Iraq, a garanzia di una democrazia che lascia più di un "dubbio" sulla sua reale istituzione. Poi se a quest’ultima, il popolo ha deciso di non partecipare, si può dire che la scelta rimane ancora una vera espressione democratica. Neanche la piccola protesta, organizzata da un gruppo di lavoratori sotto le bandiere dei Cobas e della RdB, che ha sfilato per strada durante la mattinata, ha giustificato del tutto la scorta di poliziotti e carabinieri che lo precedeva e lo seguiva, accerchiandolo come un commando ultrà da condurre alla stadio.

Una cosa appare certa e ci sentiamo di dover ribadire: sarà una marcia della pace ricordata nel tempo. Sarà ricordata perché i motivi che l’hanno ideata, erano sicuramente più nobili. Le notizie che passavano di bocca in bocca, erano quelle che identificavano tra gli autori della manifestazione, gli orfani delle vittime dell’attentato alle Twin Towers. Il segnale lanciato da questi americani, la diceva lunga su come il mondo la pensa sulla questione e il giorno prescelto faceva il resto. Ci sentiamo di dire però, qualcosa in merito a quanto avvenuto durante la giornata. Ci sentiamo di sottolineare che lo spirito che avrebbe dovuto riunire i partecipanti, doveva essere solo ed esclusivamente di PACE. Ma questo spirito è sfuggito alla maggioranza dei presenti, al di là della vicenda Fassino che ha visto protagonisti solo qualche centinaio di moralisti e lo stesso Fassino. E’ il caso di dire, visto che molti hanno preferito glissare l’argomento, che è stata una marcia politica. Politici erano i pupi allegorici su D’Alema, Prodi e Berlusconi che hanno sfilato al suono degli Almamegretta. Politiche erano le bandiere di Rifondazione Comunista, i DS, la Lista Di Pietro. Politici erano gli elmetti e gli scudi anti-sommossa dei celerini a circondare l’Altare della Patria. Politiche erano le dichiarazioni rilasciate dalle varie fazioni nei notiziari televisivi. Politico il numero ballerino dei partecipanti.

Molti hanno dimenticato che migliaia di persone, la sera precedente e la mattina, avevano affrontato centinaia di chilometri su autobus e treni per andare ad urlare al mondo il loro bisogno di PACE. E si sarebbero accontentati di questo. Chiunque può, con un po’ di logica, entrare nel Gioco dei Grandi Numeri: il Circo Massimo è lungo 600 metri e al tempo dei Romani, intorno a sé, ospitava 200.000 persone. Se consideriamo che alle 16, il meglio che si poteva pretendere, era di restare attaccati agli altri per potersi sedere, stimando l’area occupata intorno ai 60.000 metri quadrati e tenendo conto che a quell’ora una parte del corteo non riusciva ancora a muoversi da Piazza Barberini, qualsiasi cifra è ipotizzabile. Chiunque può, spinto da motivi di etica, di democrazia, di libertà di pensiero, di rifiuto della contraddizione, esprimere il proprio parere se fosse giusta la reazione dei facinorosi che hanno lanciato di tutto contro Fassino ed il suo seguito, se fosse giusto averlo visto due giorni prima ad un’altra manifestazione, averlo visto "lavarsi le mani" su una questione che oggi, dopo l’omicidio Yanin e le parole di vendetta che arrivano da Kabul, da Baghdad, da Gaza e da Washington, sia un lusso da potersi permettere.

Chiunque. Ma vogliamo indirizzare la nostra attenzione sulle migliaia di morti che si sono aggiunte alle altre, dopo quell’11 settembre. A quelle che verranno, a quelle già dimenticate e a quelle nascoste. Perché siamo convinti che loro, le nostre diatribe politiche, le nostre sinistre che non sono sinistre, le nostre destre che non sono destre le avrebbero lasciate volentieri tacere. Almeno questo 20 marzo 2004.

Il resto mettetecelo voi…

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