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19"72

Quattro decenni da quel 12 settembre 1979. Città del Messico. Pietro Mennea. Si potrebbe non aggiungere altro...
di Piero Buscemi - giovedì 12 settembre 2019 - 1612 letture

Certi numeri sono collegati a un nome ben preciso. In questo caso sembra anche un anno da ricordare, perché poi il 1972 ci richiama subito le Olimpiadi di Monaco, il terrorismo, un altro periodo storico politico di forti squilibri internazionali, dai risvolti imprevedibili. In quella edizione, poi, Pietro Mennea aveva da poco compiuto venti anni e al suo esordio olimpico, raggiunse la finale e si aggiudicò la medaglia di bronzo. Diciamo che la combinazione 19-72 dimostrò subito di essere un binomio identificabile con il campione di Barletta.

Il 12 settembre si celebra proprio l’impresa. Il traguardo cronometrico che ha lasciato il nome di Pietro Mennea negli annali dell’atletica leggera internazionale di sempre. Città del Messico, la capitale in altura dell’edizione del 1979 delle Universiadi. Il velocista italiano non tradì le aspettative. Già maturo, mentalmente e fisicamente, tagliò il traguardo per primo con quel fantastico ed incredibile per quei tempi, 19 secondi e 72 centesimi. Record del mondo.

Forse non tutti riuscimmo a vedere in tv quella straordinaria gara. La gara delle gare. Quella che nei decenni ha conquistato la passione di milioni di giovani che si dedicano a questo sport. La gara monopolizzata dagli afro-americani o da qualche atleta originario delle colonie britanniche o francesi. Certo anche jamaicani e tutti quei paesi che hanno da sempre offerto atleti dalla muscolatura elastica e veloce da non consentire, almeno in questo campo, alcuna possibilità di rivalsa da parte del mondo "bianco".

pietro-mennea

Lo stesso record del mondo di Mennea aveva azzerato quello dello statunitense Tommy Smith che, nel 1968, lo aveva portato a 19"83, in quella epica e polemica (scusate il gioco di parole) finale delle Olimpiadi disputate sempre in Messico, con le indimenticabili immagini dei pugni in aria, avvolti dal guanto nero da parte dello stesso Smith e da John Carlos, per protestare sulle discriminazione razziali, mai del tutto tramontate. Davvero curioso accostare la carriera sportiva di Mennea con questi episodi "rivoluzionari" o ancor più "tragici" come quello citato di Monaco ’72. Una sorta di riflesso storico con la natura controcorrente e fuori dell’ordinario che ha finito per creare il campione che è passato alla storia con i suoi successi.

In questi quattro decenni, nell’atletica e in modo particolare nelle gare di velocità, sono accadute tante cose. Molte esaltanti. Campioni come lo statunitense Micheal Johnson, che sarà proprio l’artefice del nuovo primato mondiale strappato a Mennea dopo oltre diciassette anni. Il 19"66 di Johnson conseguito nel 1996 nei campionati nazionali statunitensi, sarebbe diventato 19"32 alle Olimpiadi di Atlanta dello stesso anno. Ma abbiamo visto anche il "figlio del vento" Carl Lewis, che correva tutto: 100 metri, 200, staffetta e salto in lungo. Le sfide di fine anni ’80 col canadese Ben Johnson, radiato poi per doping. Poi, negli ultimi anni, arrivò Usain Bolt, il jamaicano con le ali ai piedi e oggi quel 19"19 di Berlino 2009, dopo dieci anni, sembra un record che durerà nel tempo.

Una disciplina, quella della velocità, quindi anche i 200 metri piani, che con tutti i risvolti e i dubbi sulla regolarità e le sostanze utilizzate per migliorare le prestazioni, rimane una delle più affascinanti di sempre. La competizione con se stessi, prima ancora che con gli avversari. Mettersi alla prova, sondare i propri limiti, provare a superarli, rispondendo ad un istinto naturale che si manifesta sin dai primi anni di vita. Perché, a pensarci bene, i bambini non imparano a camminare. Da subito, i primi passi assomigliano già al bisogno di soddisfare un’irrefrenabile voglia di correre.

Quello che resterà sempre nei ricordi degli appassionati di questo sport è la determinazione, a volte anche eccessiva ed antipatica, caratteristica dell’essere Pietro Mennea. Quella che oggi, dopo quaranta anni, ci fa ricordare un bianco, dal fisico mingherlino e dalla corsa un po’ sbilenca, che lasciava sfogare gli avversari nei primi centoventi metri gara, poi metteva il turbo e mentre gli altri concorrenti andavano in riserva, volava sul traguardo lasciandosi dietro tutti.


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