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11 novembre 1994 io me lo ricordo


Quando Genova era ancora una canzone di Paolo Conte.
mercoledì 10 novembre 2004, di Francesco Chiantese - 1875 letture

Quando la folla cominciò a correre tutt’attorno, e sentii per la prima volta quell’odore che ha nella mia memoria il nome di lacrimogeno, pensai a mio padre, al ’68, ai provos, alle canzoni di altri, alle canzoni nostre,a quello che voleva dire quel giorno per noi, a quello che avrebbe voluto dire in seguito. E’ strano, quando hai paura ti guardi dal passato, ti guardi dal futuro, ma non riesci ad avere cognizione del tuo presente. Cercai di concentrarmi sulla musica che arrivava dal camioncino pochi metri davanti a noi, e quello bastò per farmi imbucare via mezzocannone e infilarmi in un bar. Quando almeno dieci minuti dopo uscii di nuovo in strada per rintracciare Anna e gli altri ragazzi, quello che vedevo sembrava una scena di un film. Tutto il resto della giornata fu una corsa in vespa fino a sera. Cercare gli altri, andare al Fermi occupato in Corso Malta, ciclostilare quello che potevamo ciclostilare, distribuire. Mi ricordo della sera, poi, quando ci ritrovammo a bere una birra sugli scogli a Mergellina, quando nessuno aveva voglia di parlare di quello che era successo. Strano. Eravamo sempre a parlare di rivoluzioni, cambiamenti, anticamorra, compagni di Palermo, compagni di Milano, Compagni di Bologna che venivano sempre giù col vino. Ma quando a quattordici anni impari che una rivoluzione, per quanto piccola ed insignificante, fa sempre un po’ male…non ti va mica tanto di parlarne.

Era Napoli. Era il 1994. Era Lunedì 11 novembre.

Racconto i fatti di quella giornata raramente. Solitamente accade quando gli amici di ora mi vedono commosso ascoltando un disco dei 99 posse, che poi neanche mi piacevano tanto, ma erano la colonna sonora. "Guarda cos’hanno fatto a Sasà" e "curre curre guagliò". Quello era l1 novembre in cui una volante dei carabinieri, scendendo lungo Corso Malta a tutta velocità, ha messo sotto Salvatore "Sasà", giovane studente napoletano. Genova era lontana, Genova era una canzone di Paolo Conte e poco più; non la facevi, quando la sentivi nominare, quella faccia seria che fai oggi, quella faccia un po’ così. Anche là avevamo videocassette, fotografie, testimonianze di onorevoli, anche lì c’erano anziani e bambini, ma soprattutto operai e studenti, che assieme a sentire mio padre, non si vedevano da tanto. Non me lo ricordo neanche che riforma sbagliata per la scuola c’era in quel periodo da contestare; ma infondo l’Italia è quel paese anacronistico dove si fanno leggi "per la scuola", "per la cultura", "per l’arte", "per la legalità"…che tanto "per" non sembrano, piuttosto "contro". E poi, diciamocelo con sincerità, nessuno di noi sapeva esattamente cosa stava facendo. Sapevamo solo che stavamo "facendo", finalmente, anche noi. Eravamo a Napoli. Eravamo stufi di sentire interviste a studenti Milanesi (che venivano pescati sempre nelle scuole di lusso) ed a studenti Napoletani (che venivano beccati sempre nelle scuole dei quartieri più poveri e più difficili, dove conoscere l’esigenza di una lingua nazionale è già un gran risultato); stufi di sapere che mio padre era più ricco del tuo perché, ugualmente disoccupati, il mio era "organizzato"; eravamo stufi di Napoli, pizza, mandolino e camorra; eravamo stufi di conoscere nomi che non si potevano dire.

Nessuno se lo ricorda più quell’11 novembre. Io si, me lo ricordo. Era Lunedì. La mattina eravamo felici ed arrabbiati. Felici perché c’era la manifestazione. Arrabbiati perché c’era la manifestazione. La sera eravamo silenziosi e tristi. Questo mi ricordo. Mi ricordo una città che non voleva dire, ancora una volta, "addà passà a nuttata."

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