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Michele Santoro era reduce dalle sue diatribe con gli amministratori Rai, dai suoi vaffanculo in diretta, dai falsi risentimenti del suo Direttore Generale Masi, dai contratti non firmati, dalle lotte per la libertà. Era lì, davanti al nostro divano a mostrarci il modello Cud da seicentomila euro annui. Lordi.
mercoledì 27 ottobre 2010, di Piero Buscemi - 600 letture

Una sera si può decidere di sedersi sul divano e praticare lo sport preferito dell’italiano medio: guardare la tv. Ci si può fare catturare dalla trasmissione di successo del momento. Una delle tante. Una delle tante, che non distingui più. Una delle tante che vomita o partorisce servizi giornalistici, che spesso eccedono nel gossip, camuffato da moralità.

Ci si può fermare con l’indice a mezz’aria sul telecomando, mentre colori sgargianti e un salotto rassicurante monopolizza le immagini. Si possono osservare con celato distacco i volti noti dell’informazione degli ultimi trent’anni, intercalati da nuovi reporter dalle verità assolute. Quelle che non pretendono contraddittori, perché la garanzia di veridicità è assicurata dal nome che le ha pronunciate.

Lo abbiamo fatto anche noi, la scorsa settimana. Il programma di prima serata, ammiraglia della Rai da qualche anno, preannunciava un democratico scambio di opinioni tra i vari partecipanti. Un programma discusso, criticato, sospeso, ripreso, minacciato, querelato, temuto. Forse, soltanto innocuo.

Michele Santoro era reduce dalle sue diatribe con gli amministratori Rai, dai suoi vaffanculo in diretta, dai falsi risentimenti del suo Direttore Generale Masi, dai contratti non firmati, dalle lotte per la libertà. Era lì, davanti al nostro divano a mostrarci il modello Cud da seicentomila euro annui. Lordi.

Lordi come i milioni di euro presi da Vespa, come quelli presi dalla Clerici, da Fazio, da Morandi, da Celentano e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Figurarsi se contassimo pure quelli elargiti da Mediaset ai suoi adepti.

Ma tutto questo non doveva scandalizzarci. Forse l’argomento e la finalità del programma erano proprio riconducibili ad un unico obiettivo: trovare una morale e una giustificazione a questi compensi. Hanno chiamato anche il Saviano nazionale, collegato da Berlino accanto a Ruotolo, per valorizzare le loro tesi.

L’uomo dalle mille risposte pronte, quello interpellato per ogni problema di criminalità di stato. Passata, presente e futura. L’uomo che, negli ultimi tempi, è apparso tante volte in televisione, nei dibattiti, nei telegiornali e nelle feste di piazza, presente così spesso nell’etere da non consentirci di capire come tutto questo sia conciliabile con le minacce della camorra e le sue intenzioni di abbandonare l’italia, per motivi di sicurezza.

L’uomo che l’altra sera, ha provato a spiegarci il perché del suo compenso Rai per la nuova trasmissione con Fazio: quegli ottantamila (80.000) euro a puntata, o forse cinquantamila o chissà, giustificati dalla sublimità di un servizio giornalistico professionale.

Una giustificazione, quella di Saviano, che si potrebbe accostare o prendere a prestito per analoghe situazioni, molti soldi uguale professionalità, rivendicata dai vari Belpietro, Fede, Vespa e tanti altri opinionisti dell’informazione. Tanti da costringerci a chiedere scusa per i nomi dimenticati od omessi.

Ma noi non avremmo dovuto scandalizzarci per tutto questo. Non ne avevamo il diritto. Ma noi ci siamo scandalizzati. Per farci tacciare di populismo, o forse di qualunquismo. Magari anche di terrorismo mediatico. Più giusto, forse, di ingenuità. La stessa manifestata nel voler confrontare i cinquantamila euro lordi al mese di Santoro, o gli ottantamila a puntata di Saviano, o quelli impronunciabili di Fazio o di chiunque altro seduto a quel salotto, con gli ottocento euro mensili dei cassaintegrati italiani.

Ci siamo scandalizzati, perché abbiamo pensato all’Italia, criticata da sempre per la sua classe politica privilegiata da più di sessant’anni, facendoci dimenticare che lo stesso riscontro era registrabile in altre classi del paese.

Ma noi, lo ripetiamo, ci siamo scandalizzati. Perché siamo ingenui, tanto da non aver capito che l’informazione e la passione che sostiene la sua divulgazione non era quella di Pippo Fava, che fondò I Siciliani firmando cambiali. Non era quella di Giancarlo Siani e dei suoi ventisei anni sacrificati al giornalismo. Non era quella di Peppino Impastato, urlata da un megafono montato su una vecchia auto, o da un microfono di Radio Aut. Non è neanche quella di Pino Maniaci, minacciato e picchiato dalla mafia, processato con il consenso dell’Ordine dei Giornalisti siciliano, per aver osato non iscriversi e per utilizzo "abusivo" della professione. E potremo citare tanti altri nomi, e stavolta chiedendo scusa senza toni di ironia, per quelli omessi.

Noi ingenui vogliamo accostarci a coloro che si sconcertarono davanti ai contratti milionari dei calciatori, ma continuano a frequentare gli stadi e a pagare pay-tv per non perdersi lo spettacolo. Lo facciamo perché non abbiamo avuto il coraggio di premere l’unico bottone plausibile, che ci facesse ammettere che noi il disgusto per gli ingaggi a suon di milioni di euro di Totti, Eto’o, Ronaldinho o Santoro, Vespa, Saviano era lo stesso. Non lo abbiamo fatto l’altra sera, né forse lo faremo nelle future.

Noi, ingenui, abbiamo voluto giudicare da una piccola redazione catanese, ed invece avremmo dovuto emulare l’esempio del nostro amico Guglielmo, artista poliedrico che qualche decennio fa, scese in strada ed affidò il televisore nelle mani degli addetti allo smaltimento rifiuti ingombranti. Poi tornò a casa, prese delle fascette di legno e cominciò a costruire una chitarra.

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