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Pinelli. Dopo 40 anni il riconoscimento ad un galantuomo


Il presidente della Repubblica riceve al Quirinale Licia Rognini Pinelli. Una vittoria per tutti coloro che non hanno mai creduto alle menzogne vergognose del Potere
mercoledì 13 maggio 2009, di Adriano Todaro - 601 letture

Sono dovuti passare 40 anni. Poi, finalmente, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto Licia Rognini Pinelli al Quirinale assieme a tanti altri familiari vittime delle stragi. Non sono pochi 40 anni e il gesto del presidente della Repubblica va un po’ a ripagare tutte le delusioni, la rabbia, lo schifo, l’indignazione che tanti di noi sentivano montare dentro. Oggi Licia Pinelli ha 81 anni vissuti con dignità e le sue due figlie, Silvia e Claudia, sono ormai donne adulte. Siamo tutti invecchiati in questi 40 anni. Eppure quella vicenda, quella tragedia che ha colpito la famiglia di un galantuomo, ha colpito anche noi. Per anni e anni, sempre in meno, siamo scesi in piazza per ricordare Pinelli, per ricordare questo ferroviere anarchico che ha pagato per una colpa non commessa, che è stato “suicidato” dal quarto piano della questura di Milano.

Una vicenda brutta, inspiegabile. Una vicenda, quella di Giuseppe Pinelli, a ridosso dei giorni delle bombe del 12 dicembre 1969, del tentativo di far retrocedere il movimento operaio, le conquiste del movimento operaio e studentesco. Per reazionari, fascisti e servizi segreti più o meno deviati, era necessario cercare “il botto”, far spaventare i benpensanti.

Subito dopo lo scoppio della bomba di Milano che causa 17 morti, è subito trovato il “colpevole”, un colpevole che ha tutte le caratteristiche del capro espiatorio. Ballerino e anarchico, Pietro Valpreda è il colpevole perfetto. E’ additato all’opinione pubblica come una “belva sanguinaria”, ammalato di lue. In quei primi giorni dopo lo scoppio della bomba, la stampa infuria contro Valpreda e anarchici e solo poche testate, e pochi giornalisti, hanno il coraggio di differenziarsi. Il Corriere d’informazione del 17 dicembre scrive che “La bestia umana è stata presa… ora si comincia a respirare. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato nulla nella vita… Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia…”. Altre testate non sono da meno. Quasi tutti, a pochi giorni dalla strage, hanno già condannato Valpreda. Il Secolo (19 dicembre): “Valpreda è una belva oscena e ripugnante penetrata fino al midollo dalla lue comunista”; Il Messaggero (17 dicembre): “Una belva umana…”; La Nazione (18 dicembre): “Un mostro disumano”; L’Umanità (18 dicembre): “Uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri”; Il Tempo (18 dicembre): “Un pazzo sanguinario”. La Rai Tv, per bocca di Bruno Vespa, l’ha già condannato anche in assenza di processo. Pietro Valpreda resterà in carcere 3 anni.

Giuseppe Pinelli, invece, in questura ci va con le proprie gambe o meglio con il proprio motorino. Ha terminato il proprio turno notturno alle ferrovie e arriva a casa alle 7. Va a dormire sino alle 11,30 quando si presenta da lui Antonio Sottostanti, uno dei tanti sosia di Valpreda di questa inchiesta, un ambiguo personaggio, fascista e provocatore che però Pinelli lo crede un compagno anarchico. Sottostanti è venuto dalla Sicilia per una testimonianza ad un altro anarchico e Pinelli, cassiere dell’organizzazione di solidarietà anarchica “Croce Nera”, gli rimborsa 15 mila lire. Sottostanti si ferma a pranzo da Pinelli poi, alle 14,30 i due escono, vanno in un bar a prendere un caffè, quindi Sottostanti va via mentre Pinelli si ferma a giocare a carte con alcune persone, fra cui due agenti di Ps. E’ un alibi di ferro quello di Pinelli, confermato da tutti i giocatori di carte, a cui, però, la questura milanese non dà peso.

Terminata la partita, va a Porta Garibaldi a ritirare la tredicesima (siamo a ridosso del Natale) e poi al circolo anarchico di via Scaldasole, a Porta Ticinese. Dallo scoppio delle bombe, sono passate 2 ore e mezzo. Al circolo arriva il commissario aggiunto Luigi Calabresi che perquisisce la sede senza trovare nulla di compromettente. In sede ci sono solo Pinelli e Sergio Ardau, un anarchico sardo. Afferma Calabresi invitando i due in questura: “Sappiamo bene che voi due non c’entrate, non vi vogliamo arrestare, solo uno scambio di idee”. Ardau sale in macchina con Calabresi, Pinelli li segue in motorino. Da quel momento Pino Pinelli non farà più ritorno a casa.

Giuseppe Pinelli ha 41 anni, due figlie, una famiglia molto unita, amante della vita. La sua casa è sempre aperta a tutti. Sua moglie Licia, per arrotondare lo stipendio del marito, batte a macchina le tesi per gli studenti. Da lei arrivano anche molti cattolici e si discute, si parla di politica, di filosofia, di tutto e sempre con molta tolleranza. Lui, Pino, a 15 anni era già staffetta partigiana.

In questura, intanto, arrivano tanti giovani fermati dalla polizia. A mezzanotte del 12 dicembre più di 300 giovani si trovano nei locali della questura milanese. Fra un interrogatorio e l’altro Pinelli fa tranquillamente le parole crociate e stranamente rimane in questura benché il suo fermo non sia convalidato dalla magistratura. Ecco il primo falso. Sul registro della questura, al nome di Pinelli, si scrive: “Arrivo 23,30 del 13 dicembre, posto in libertà alle ore 12 del 17”. Una scritta macabra e, soprattutto, falsa. Pinelli è arrivato in questura il 12 dicembre alle 19 e non il 13 alle 23,30 e, soprattutto, non è stato posto in libertà in quanto in quei locali è morto.

Alle 23,57 del 15 dicembre, Aldo Palumbo cronista di nera dell’Unità esce dalla sala stampa della questura di Milano. Dall’alto, dal quarto piano, vede precipitare “qualcosa”, un tonfo, poi altri due sui cornicioni, infine si ferma fra il muro e l’aiuola. E’ il corpo senza vita di Giuseppe Pinelli. Arrivano altri cronisti, poliziotti. I più dicono che la caduta è avvenuta fra le 0,01 e le 0,04. Alcuni fermano l’orario alle 0,03. La polizia dice a mezzanotte, poi cambia versione: Pinelli è morto alle 23,57. L’autoambulanza risulta chiamata a mezzanotte e 58 secondi.

Cosa è avvenuto nell’ufficio del commissario aggiunto Luigi Calabresi? L’ufficio è una stanza che misura 3 metri per 4 e l’ultimo interrogatorio avviene per Pinelli tra le 19 e le 24. Ovviamente, nell’ufficio, c’è una scrivania, alcune sedie, una libreria. Attorno a Pinelli ci sono ben 5 persone: Luigi Calabresi (che però sosterrà sempre di non essere stato presente al momento della morte di Pinelli), il tenente dei carabinieri Lo Grano (dopo la vicenda, diventato capitano) e poi gli agenti di Ps Mucilli, Caracuta e Panessa.

Il senatore Alberto Malagugini, famoso avvocato comunista, appresa la morte di Pinelli, si precipita dal questore Marcello Guida (ex carceriere fascista a Ventotene dove controllava anche Sandro Pertini). Il questore afferma di “comprendere” il gesto di Pinelli. Il suo suicidio, afferma, è un’autoaccusa. Poi la menzogna: il fermo era stato prorogato dalla magistratura. In seguito lo stesso questore, incalzato dai giornalisti, esclamerà: “Vi giuro non l’abbiamo ucciso noi”. Quando Licia Pinelli chiederà perché non l’hanno avvertita della tragedia, Luigi Calabresi risponderà: “Cosa vuole signora, abbiamo tanto da fare”. Sì, perché la famiglia di Pinelli non sa quanto avvenuto in questura sino a quando è svegliata, attorno all’una di notte, da due cronisti del Corriere.

A questo punto le versioni della polizia e dei singoli poliziotti presenti nella stanza sono il festival delle ipocrisie e arriveranno a dire che hanno tentato tutto per fermare Pinelli, anzi, uno di loro, Panessa era riuscito ad afferrarlo per le gambe, ma gli è rimasta in mano una scarpa. Inutile dire che Pinelli, nel cortile della questura, aveva tutte e due le scarpe. In cinque (o in quattro cambia poco), in 3 metri per 4, non sono riusciti, secondo loro, ad impedirgli di buttarsi dalla finestra.

Poi i depistaggi, le falsità supportate da pennivendoli prezzolati, le menzogne grossolane. Novella 2000 il 25 dicembre afferma, con certezza che “Giuseppe Pinelli molte sere, anziché rincasare, andava a tramare gli attentati con i suoi compagni”; La Notte: “Il cielo ci guardi delle persone eccessivamente tranquille… sono capacissimi appena svoltato l’angolo di depositare una bomba ad orologeria…”; Il Popolo: “Il nome di Giuseppe Pinelli è tornato al centro dell’attenzione dopo il tragico e pietoso gesto del ferroviere… la stanza era piena di fumo: per cambiare aria si era alzato e si è gettato dal quarto piano…”.

Falsità, volgari falsità per gettare fango su un galantuomo e un’onesta famiglia. In questa vicenda si sono viste cose inaudite, scuse banali, balbettii, ciarlatani che gettavano fango, assurde scuse. Quando, ad esempio, dopo molto tempo si andrà ad esaminare il gruppo cuore-polmoni di Pinelli conservati all’Istituto di Medicina di Milano, si scoprirà che sono inservibili. Il direttore imputa alla mancanza di corrente lo stato carente di conservazione degli organi. Lo stesso ha conservato, in ottimo stato, in un bagno di formalina, il cervello di Mussolini per 24 anni.

Legata a questa vicenda c’è quella di Luigi Calabresi ucciso il 17 maggio 1972. Il quotidiano inglese Guardian ha scritto a questo proposito: “Con Calabresi costretto al silenzio, i soli che conoscono la verità circa i pretesi complotti ‘anarchici’, sono gli architetti principali. Si può contare sul loro silenzio”. Sabato al Quirinale c’era anche Gemma Capra, la moglie di Calabresi. A noi non interessa poi molto. A noi interessa che Pino Pinelli sia stato, di fatto, riabilitato e noi con lui. Tutti noi che fin dall’inizio non abbiamo creduto alla versione anestetizzante e ufficiale del Potere.

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