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Iran, tempo di re-invezione


Il caso Javanfekr è emblematico di un periodo storico di profonda confusione e nebulosità per l’Iran, così come per il resto del mondo. (Un articolo di Sara Hejazi da Peacereporter.net)
lunedì 5 dicembre 2011, di Redazione - 192 letture

Ali Akbar Javanfekr è il portavoce ufficiale del governo di Ahmadnejad e amministratore delegato di Irna, l’Agenzia Ufficiale di notizie della Repubblica Islamica d’Iran. Una settimana fa, le maggiori agenzie di informazione statunitensi ed europee hanno riportato la notizia del suo arresto e della sua sospensione dalle attività giornalistiche. Le accuse: aver pubblicato materiale contrario ai precetti islamici.

Di contro, poche ore dopo, le principali fonti ufficiali iraniane hanno smentito l’arresto dicendo che Javanfekr si trovava tranquillamente nei suoi uffici e che avrebbe ricoperto il suo incarico fino alle prossime elezioni (che avverranno a giugno del 2013). Insomma il copione dell’informazione sull’Iran è sempre lo stesso: da una parte i media Usa ed europei accusano, riportano, denunciano; dall’altra, l’Iran nega. Ma dove sta la verità? Nei fatti, ma soprattutto nel modo di leggerli. E cioè, Javanfekr è davvero stato arrestato. Ed è anche stato immediatamente rilasciato.

Il parlamento iraniano (majles) è composto per lo più da ormai anziani rivoluzionari. Saliti al potere con Khomeini durante la rivoluzione del 1979, aggrappati all’ideologia politica del velayat-e-faquih (governo del giurista, cioè il potere politico in mano al clero islamico) questa vecchia guardia si sente costantemente minacciata dall’homo novus: Mahmud Ahmadinejad. Si, in Occidente siamo abituati a pensarlo come un "reazionario fondamentalista islamico", ma in realtà è stato il primo presidente della repubblica islamica che non proveniva dalle fila del clero. Fossimo in Italia diremmo laico. In Iran non si dice. Ma si vede: niente turbante, ma giacca e camicia.

Gli uomini di cui Ahmadinejad si è circondato, tra cui Javanfekr, stanno portando un vento di cambiamento ai vertici del potere. Si tratta di una vera e propria rivisitazione dell’ideologia rivoluzionaria. Un riformismo islamico di destra, qualcosa di indefinibile, ma innovativo. Lo storico Hobsbawm lo chiamerebbe "re-invenzione".

Un esempio pratico: Javanfekr è stato accusato per un articolo uscito ad agosto sul settimanale khatoun. Parlava del chador e delle sue origini (che non sono persiane, ma mediterranee) spingendosi fino a dichiarare che il chador nero, simbolo della rivoluzione khomeinista, è stato importato in Iran dall’Occidente. Insomma, un elemento riconducibile alla colonizzazione culturale da Ovest.

Ora, il chador assomiglia in modo impressionante al saio calabrese, usato dalle donne del mezzogiorno italico durante il lutto. Niente di strano in una dichiarazione del genere, se l’Iran non avesse una popolazione giovanissima e ultra moderna, che mette in discussione i precetti islamici- come il velo- più o meno tutti i giorni: rossetto, capelli che escono, musica per strada, feste promiscue. Figuriamoci se si legge che il chador è importato dall’Occidente..... per questo la vecchia guardia rivoluzionaria si è ribellata.

Un altro esempio: le accuse mosse qualche mese fa ad un altro uomo di Ahmadinejad, Esfandiar Rahim Masha’i. Accusato addirittura di stregoneria, farebbe parte di una "setta islamica" che, caso vuole, si differenzia dall’Islam sciita perché crede che non vi siano intermediari tra fedele e Dio. Cioè, niente clero al potere. Questo l’aveva già detto, nell’VIII sec. d.c. il mistico sufi Hallaj. Poi fu crocefisso, ma la sua figura rivoluzionò il mondo islamico di allora. Certamente è in atto una rivoluzione anche in Iran. Si tratta, però, di una rivoluzione culturale, che guarda più all’VIII sec. d.c. che non al 1979 e a ciò che ne rimane.

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