Quannu u jattu nun c’è, i topi abballanu. Uno dei proverbi siciliani più calzanti per descrivere la nuova situazione di "libertà" della parola in Italia.
Ma sarà una coincidenza il fatto che da qualche settimana le televisioni italiane hanno riscoperto il gusto della satira nei confronti del doposto Berlusconi?
La prima avvisaglia la si era avuta seguendo la trasmissione di Fabio Fazio del week-end su Rai3. Il dispensatore di cultura letteraria made Einaudi e Mondadori, e questo sicuramente obbligava il rispetto verso l’ex premier di Arcore, sempre attento alle esternazioni dei suoi ospiti quando qualcuno osava nominare l’innominabile, nelle recenti puntate del format si è lasciato andare a una "crisi" liberatoria, assecondando a trentadue denti le battute sul cavaliere.
Ma dopo essersi tolto questo peso dallo stomaco, il più grande imitatore di Gianni Minà non ha rinunciato alle sue presentazioni serali, prestando sempre molta attenzione sulla scelta delle case editrici da promuovere. Fatto il primo passo da parte di Fazio, a ruota libera si sono scatenati tutti.
Checco Zalone si è permesso il lusso di mandare in onda un pezzo del grande Gaber, durante la sua celeberrima interpretazione de La strana famiglia, la canzone profetica sul rincoglionimento mediatico dello spettatore televisivo che, nei versi finali della canzone recita "stiam diventando tutti coglioni/pronto, pronto, pronto con Berlusconi o con la Rai".
Il comico pugliese duettando con Claudio Bisio, altro auto-censurabile protagonista della satira post-berlusconiana, ha potuto così giustificare il doppio ruolo rivestito da molti personaggi di vomitatori dello stesso pasto del quale si nutrono da diversi anni, turandosi il naso a contatto della stessa tv-spazzatura che oggi attaccano con la satira, disturbando i grandi del recente passato, quali il signor G.
Intendiamoci, non che tutto questo fervore rivoluzionario arrechi particolare fastidio, ma ci permettiamo di puntualizzare che la contro-tendenza al potere politico ci sembrerebbe più "cazzuta", se non altro più coerente, se la si sostenesse durante il periodo d’oro del politico di grido del momento.
Si sa, in Italia, una laurea e un talk-show non si nega a nessuno, ma a volte ci si illude di poter pretendere un minimo di rispetto per il telespettatore, sia che ci si celi nel falso timore di un azzardato rischio di mancato rinnovo di contratto, sia quando occorre palesare una velata certezza di rinnovata intoccabilità.
Agire con l’espressione contrariata e bisognosa di solidarietà da palinsesto, non sembra essere così differente dal volto beatificato di Emilio Fede che, qualche mese fa, temeva di essere spedito in orbita satellitare per garantirsi i suoi affezionati seguaci del suo telegiornale serale.
Alla fine bisogna ammettere che la fantomatica emittente televisiva alternativa, che pensata decenni fa e che doveva offrire al pubblico di casa un palinsesto ricco di cultura qualità equilibrio informativo, non è mai evoluta ad un’effettiva messa in pratica di un’idea allettante.
Quell’ambizioso progetto che ha visto più volte il nome di La7 come possibile rilancio del servizio pubblico televisivo italiano, è passato dal già citato Fazio, sfiorando Costanzo, allettando Santoro e invogliando altri mostri sacri dell’etere a farsi conquistare da una professione che esaltasse una sorta di missione comunicativa, a discapito di contratti a sei zeri.
Ognuno poi ha fatto le sue scelte, condivisibili o no, in attesa che Giovanni Stessa, amministratore delegato di La7, tenti di realizzare il suo sogno ingaggiando le punte di diamante della Rai, come comunicò alla stampa durante la scorsa estate, facendo i nomi di Floris e della Gabanelli, oltre a quelli già citati.
Sono state scelte combattute, ma che hanno solo in parte modificato il giudizio su un mondo artificioso che trasformasse l’immagine dell’elettrodomestico più inflazionato delle case italiane e che univa le famiglie degli anni ’50, in un catalizzatore educativo dal quale attingere un servizio sociale che ne giustificasse il canone o lo spot pubblicitario coatto.
Potremmo affermare, senza troppi timori di essere smentiti, che oggi le famiglie riescono a ritrovarsi unite sempre sotto il solito stendardo che inneggia ad una comunicazione mai del tutto libera da una censura spacciata per riconquistata libertà di parola, oltre che attorno ad un più reale destino di precario e sempre pronto a nuovi sacrifici.
Alla fine, tanto per citare un un esempio attuale, in questi giorni mentre si sta trattando una possibile manovra economica che possa rilanciare un paese sprofondato in una crisi sapientemente travestita da catastrofismo eccentrico, i protagonisti della precedente controparte impersonata dai sindacati paladini dei diritti dei lavoratori, si sono ritagliati un nuovo spazio dove ricostruirsi un’immagine, macchiata da accordi ottimistici sul destino dei lavoratori e dei disoccupati.
Sarebbe davvero rivoluzionario smantellare la censura mediatica berlusconiana se sulle poltrone delle confermate trasmissioni d’attualità potessimo finalmente ascoltare cosa hanno da dire sulla gestione economico-sociale del recente passato politico italiano e dell’attuale governo alternativo, i rappresentanti dei sigle sindacali indipendenti e meno politicizzate che in questi anni hanno contrastato le discutibili e folli riforme dello stato sociale del governo Berlusconi, ma che guardano con giustificata diffidenza un altro "nuovo che avanza".
Sarebbe poi consigliabile andarsi a rileggere gli accordi firmati da certe parti sociali con i vari Brunetta e Tremonti e dei quali oggi sarà difficile sanarne gli effetti deleteri. E ci permettiamo di consigliare anche di confrontare i contenuti della manovra che Berlusconi stava redigendo con i suoi "tecnici", mettendoli a confronto con le proposte dell’attuale governo.
Sarebbe veramente consigliabile farlo, solo per avere un breve vantaggio conoscitivo che ci permettesse di raccogliere altro materiale da dedicare alla satira. Ipocrita o meno, lasciamo ai lettori la "libertà" di parola.