Se
vi è luogo sulla terra,
che rappresenti la desolazione,
lo sterminio, l’inferno stesso,
esso trovasi nelle vicinanze di Catania.
(J.
H. barone di Riedesel)
A Catania non fa mai troppo freddo. Dieci-dodici gradi anche a dicembre, anche a gennaio. Anche quando piove. Non ci
si intirizzisce come al Nord, come in montagna. Ed i pensieri non si
lasciano rinsecchire in stalattiti pendenti dal fondo della scatola
cranica. Anche in inverno, a Catania, la brezza marina alita lieve
sulla città, sulle sue strade formicolanti assediate di auto,
sulle sue chiese barocche scolpite nell’aria, sulle case in
stile liberty decorate di palme o sui miserandi quartieri delle
periferie offese e dolenti. Una brezza dolce-salata, carica di umori
ed odori, odori di mare, di putredine, di infinito ludibrio. Non
serve vestirsi pesante, in quelle sere. Basta un giubbotto, una
giacca. E una speranza di felicità. Ed il 5 gennaio 1984 una
speranza di felicità ce l’aveva Giuseppe Fava, lo
scrittore dalla penna acuminata, il giornalista coraggioso, il
drammaturgo che aveva messo a soqquadro una città. Aveva
attraversato la città sotto un cielo piovigginoso per andare a
prendere la nipotina all’uscita dalla recita di Pensaci,
Giacomino! di Pirandello al Teatro Verga. Come racconta il
figlio, erano già alcuni giorni che lo faceva. Si sa, sotto
Natale, le recite dei bambini fanno parte anch’esse della
tradizioni. Qualche minuto prima delle 22, si trovava in via dello
Stadio Cibali (oggi Via Giuseppe Fava, mentre lo Stadio, ora, si
chiama Angelo Massimino). Un commando mafioso lo attendeva. Un killer
gli sparò a bruciapelo cinque colpi di pistola 7,65 alla nuca.
Alla nuca. Neanche il coraggio di guardarlo negli occhi.
L’Italia tradizionalmente non è terra di intellettuali
scomodi. Di intellettuali impegnati sul terreno civile, di quelli che
denunciano fatti e persone, corrotti e corruttori, mandanti e
galoppini. E soprattutto che si calano nella realtà, tra le
miserie quotidiane della gente, che non si limitano a guardare gli
uomini e le donne come batteri in vitro, ma che palpitano,
partecipano alle loro sofferenze, alle loro disgrazie, scossi da
sentimenti di umana pietà. Pasolini fu uno di questi. Come
finì? Ammazzato. E Fava fu un altro. Ammazzato, anche lui. Ed
a Pasolini si può accostarlo per poliedricità
intellettuale e capacità di essere “coscienza civile”.
Per la forza stentorea della propria denuncia e per la lucidità
– a tratti quasi chiaroveggente – delle analisi.
Pochissimi ce ne sono stati prima di lui. Nessuno dopo.
Nato a Palazzolo Acreide, nel siracusano, il 15 settembre 1925,
figlio di maestri elementari, si era trasferito a Catania nel 1943 e
qui si era laureato in giurisprudenza. Dopo la laurea – come
raccontò lui stesso successivamente - cominciò a
muovere i primi, incerti passi nel mondo dell’attività
giuridica:
“Quand’ero giovanissimo, poco più di
vent’anni, io feci per qualche tempo l’avvocato. Non fui
granché! In campo civile mi tediava la ricerca della
giurisprudenza… arrivavo in ritardo alle udienze, mi
appassionavo solo alle cause in cui i miei clienti avevano ragione:
le altre in cui invece avevano torto mi facevano schifo, tutto ciò
era contrario alla professionalità di un buon avvocato il
quale deve avere un animo di pietra, né mai valutare il torto
e la ragione etica della causa, ma semplicemente la possibilità
di vincerla. Nel penale praticamente ero ancora peggio, poiché
mi commuovevo. Sceglievo i clienti che fossero soprattutto poveri e
innocenti, questa lotta fra la vittima e l’ingiustizia mi dava
profonde emozioni, ma non era redditizia, gli innocenti quasi sempre
sono ugualmente condannati, e chissà perché sono quasi
sempre indigenti, e comunque non pagano. Praticamente feci la fame.
La mia avvocatura, dicevo, non fu davvero granché!”
(1)
Nel 1952 divenne giornalista professionista, iniziando a collaborare
con varie testate giornalistiche regionali e nazionali, da
Sport Sud a La Domenica del Corriere, da Tuttosport
a Tempo illustrato. Nel 1956 fu assunto dall’Espresso
sera, di cui divenne caporedattore fino al 1980. Nella seconda
metà degli anni Sessanta comincia una collaborazione con La
Sicilia, il più importante quotidiano di Catania ed uno dei
più diffusi al Sud. E negli anni tra il 1967 e il 1969
pubblica sulla “terza pagina” di questo quotidiano una
serie di racconti, che colpiscono “per la violenza e la
bellezza moderna dello stile e dei temi”(2)
e che poi verranno raccolti in un volume dal titolo Pagine (1969).
Fu nel periodo di impegno ad Espresso sera che cominciò
a scrivere di teatro. Dapprima con Cronaca di un uomo (1966), opera
vincitrice del premio Vallecorsi, portata in scena da Romano
Bernardi con Leo Gullotta, Aldo Puglisi, Tuccio Musumeci e Fioretta
Mari. Del 1970 è La violenza, che ottenne il Premio
IDI e venne portata in tournée in tutta Italia, dopo la
prima al Teatro Stabile di Catania. Da quest’opera –
com’è noto – due anni dopo venne tratta una
trasposizione cinematografica per la regia di Florestano Vancini e la
partecipazioni di grandissimi attori come Michele Abruzzo, Riccardo
Cucciola, Turi Ferro, Aldo Giuffrè, Ciccio Ingrassia,
Mariangela Melato, Gastone Moschin, Enrico Maria Salerno.
L’anno successivo, lo Stabile mise in scena un nuovo testo di
Fava: Il Proboviro, un apologo grottesco ed amaro sul degrado
civile, morale e politico di una città meridionale. Il testo
fu il frutto di quelle inchieste giornalistiche che avevano prodotto,
nel 1970, il libro-denuncia Processo alla Sicilia. Interprete
della pièce fu un grandissimo Turi Ferro, affiancato dalla
validissima maschera di Tuccio Musumeci.
Nella stagione 1974-75 il Teatro Stabile etneo presentò un
altro testo di Fava, contenente accuse e riferimenti ancor più
polemici contro la ‘casta’ dei giornalisti: Bello
bellissimo. E’ un atto d’accusa implacabile contro il
consumismo cieco, l’egoismo spicciolo che corrode animi e
sentimenti, che sostituisce alla comprensione, alla solidarietà
l’ambiguo e vacuo desiderio di emergere, arrivare, scavalcando
il prossimo, schiacciandolo, usandolo come infimo strumento per la
realizzazione delle proprie brame. L’anno 1975 è anche
quello della pubblicazione, da Bompiani, del romanzo Gente di
rispetto, da cui verrà tratto un film per la regia di
Luigi Zampa, con Franco Nero, James Mason e Jennifer O’ Neil.
La stagione 1976-77 vide il remake, nell’inconsueto
palcoscenico del Teatro Greco di Taormina, de Il Proboviro,
ribattezzata Opera buffa, mentre nello stesso anno 1977, la
casa editrice Cappelli pubblicava il suo secondo romanzo, Prima
che vi uccidano. Nella stagione 1979-80 venne rappresentata
l’opera Delirio, un lavoro dove si sente il soffio
della Sicilia pirandelliana. Ma fu il 1980 l’anno delle
svolte. Ad Espresso sera sarebbe dovuto arrivare un nuovo
direttore. Ci si aspettava che fosse lui il nuovo direttore della
seconda testata catanese. Ma non fu così. Troppo
indipendente, troppo poco riverente ed acquiescente verso i potenti.
L’editore Mario Ciancio Sanfilippo gli preferì qualcun
altro. Qualcuno che non rompeva le uova nel paniere delle intricate e
remunerative relazioni tra mondo degli affari (puliti o sporchi),
mass media e politica. Fava andò via. Si trasferì
temporaneamente a Roma, dove condusse Voi e io, una
trasmissione radiofonica su Radiorai. Da qui continuò a
scrivere collaborando con Il Tempo ed Il Corriere della
sera, e soprattutto impegnandosi nella sceneggiatura del film
Palermo oder Wolfsburg, regista Werner Schroeter, tratto dal
suo romanzo, pubblicato nello stesso 1980, Passione di Michele.
Il film vinse l’Orso d’Oro a Berlino, ma in Italia non
verrà mai proiettato.
Nel marzo del 1981 fu rappresentata l’opera Foemina ridens,
spettacolo che riscosse un inatteso successo. Di questa pièce
Fava fu, per la prima volta, anche il regista.
Il 9 novembre 1983 (due mesi prima della morte), il Teatro Stabile di
Catania inaugurò la stagione teatrale con la messa in scena
dell’ Ultima violenza, un dramma intricato, “dove
sono chiamati a comparire i vari cavalieri del lavoro, gli
imprenditori, i politici, i procuratori, i saccheggiatori della città
e i monopolizzatori degli appalti regionali, tutti personaggi
invulnerabili e compromessi”(3).
L’opera venne messa in scena grazie alla regia di Lamberto
Puggelli, con Turi Ferro ed Ennio Balbo nella parte dei due
protagonisti-antagonisti, rispettivamente nel ruolo del potente,
ambiguo e inquietante avvocato Bellolampo e del procuratore, suo
avversario. Gli altri attori furono Vincenzo Ferro, presidente del
tribunale speciale, Ida Carrara, nei panni della moglie del
commissario, Maria Tolu, madre del carabiniere ucciso. E poi, Miko
Magistro, Giacomo Furia, Marcello Perracchio, Leonardo Marino ed
altri ancora. Lo spettacolo fu applauditissimo. Dopo l’omicidio,
verrà portato in tournée, da gennaio a maggio 1985, in
tutta Italia.
Nell’anno dell’uccisione, il 1984, la cooperativa Alfa
propose Mafia-parole e suoni, un’opera già messa
in scena nel 1983, ma ripresa dopo la morte dell’autore. Nello
stesso anno, la casa editrice Editori Riuniti ripubblicò il
libro-inchiesta Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa,
già dato alle stampe nel 1982. Questo volumetto, nella seconda
edizione del 1987 sarà arricchito di una postfazione, a cura
della redazione de I Siciliani, dal titolo Cronaca di 16
mesi (3 settembre 1982-5 gennaio 1984).
Nel maggio 1988 venne presentata, a Palazzo Bruca a Catania,
l’edizione in quattro volumi del Teatro di Fava,
contenente anche le opere inedite o mai rappresentate: La
rivoluzione (incompiuta), Sinfonie d’amore, America
America, Dialoghi futuri imminenti, Il Vangelo secondo
Giuda, Paradigma, L’uomo del Nord.
Tra questi, Dialoghi futuri imminenti contiene molti punti di
contatto con Ultima violenza. E’ la fase di istruttoria
di un processo, durante gli anni del terrorismo. E’ l’affannosa
ricerca del perché di tanta violenza, della violenza sull’uomo
da parte dell’uomo, dell’accusato e dell’accusatore.
Sinfonie d’amore, invece, testo scritto da Fava nel
1979, venne portato sulle scene dalla Cooperativa Alfa. La ‘prima’
si tenne il 28 febbraio 1987 e riproposta nella stagione 1988-89. Si
tratta di due stravaganti ‘sinfonie’, d’amore e
farsa, due atti unici: Andante e Allegretto. Una sorta
di Beckett siciliano, con tanto di mugugni, risate, odori, deliri e
suoni più o meno frastornanti. La regia fu di Orazio Torrisi,
tra gli interpreti Pippo Pattavina, Guia Jelo e Miko Magistro.
Un osservatorio privilegiato e inatteso: il Giornale del Sud
Per molti anni Catania era stata la “Milano del Sud”. Il
simbolo del miracolo economico meridionale. La città ridente,
ridanciana a volte, edonistica quasi, che Fava aveva raccontato dalle
pagine dei giornali su cui scriveva. Fava aveva raccontato i giorni
felici della nuova capitale morale affacciata sullo Jonio. I giorni
dell’ascesa di una nuova classe imprenditoriale, di una classe
di affaristi che veniva su dal cuore della città dell’Etna,
inarrestabile, potente, indomita. Ma ben presto – dopo il
suggello del cavalierato riconosciuto dalla Presidenza della
Repubblica – avrebbe rivelato il suo volto di Medusa, delle
alleanze infide con il mondo politico, delle miserie e degli sprechi,
della capacità di controllare tutto, uomini e animi, pubblica
amministrazione e politica, giustizia e religione. Se una mattina
quella nuova classe politica-imprenditoriale si svegliava comandava
al sole di non spuntare su Catania, ebbene il sole non sarebbe
spuntato. Impunità, violenza, ricatto. Dietro la parvenza di
normalità, di decoro, di una città allegra e
spensierata, sfottente e ironica. E una stampa che raccontava tutto
inforcando gli occhiali rosa o indossando il guinzaglio che i padroni
– che erano quelli che tenevano in mano tutto, a Catania –
le stringevano al collo. Beata. Ebete. Insulsa. Serva. Contenta.
Questo comitato d’affari aveva conquistato la città non
con la violenza, i cannoni o i bazooka, non con assedi ventennali od
orge di sangue, ma con i modi affettati, le alleanze coi “giovani
turchi” democristiani ed i rampanti socialisti craxiani, le
connivenze con il crimine organizzato e il possesso dei mezzi di
comunicazione. E Fava, nei confronti della sua città, aveva
cominciato a nutrire un misto di amore e rabbia, di devozione e
rancore che egli sintetizzava non senza agrodolce ironia così:
“Io amo questa città con un rapporto
sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è
innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci
niente, sa che è puttana, è volgare, sporca,
traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena,
menzognera, volgare, prepotente, e però è anche
ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi
dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un
altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia,
sputarle addosso, ‘Al diavolo, zoccola!’, ma il solo
pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità”(4)
Fava accettò di diventare il direttore del neonato Giornale
del Sud. Le sue intenzioni, Fava le aveva chiarite subito:
giornale libero, impegnato nelle battaglie civili, disposto a rompere
il monopolio in città (e non solo) de La Sicilia. Gli
editori pensavano evidentemente qualcosa di diverso: un giornale al
servizio della politica, uno strumento da usare – come piuma o
come clava – in periodi elettorali, nelle battaglie per la
conquista di posti di potere e privilegi, un deterrente politico
persino. Chi erano? “Il pacchetto editoriale era in mano a un
assortito manipolo di personaggi che offrivano una fedele fotografia
della città: c’erano tutti, l’assessore regionale,
il cavaliere, il politico rampante, l’esattore comunale. I loro
nomi, allora, dicevano ben poco: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci,
Giuseppe Aleppo, Salvatore Costa. Tipi ambiziosi, astuti, pragmatici.
Nient’altro.”(5)
Si affidarono a Fava perché era la migliore penna della città
e perché, probabilmente, pensavano di poterlo domare, una
volta coinvolto nel progetto. Il primo numero del quotidiano uscì
il 4 giugno 1980, con una redazione di giovani cronisti (dal figlio
Claudio, a Riccardo Orioles, da Michele Gambino ad Antonio Roccuzzo,
Elena Brancati e Rosario Lanza, che l’avrebbero seguito
nell’esperienza de I Siciliani). Catania cominciò
ad essere passata al setaccio, i notabili, i potenti, gli impuniti
furono chiamati in causa per nome e cognome. Senza paura, senza
genuflessioni. Come ricorda Claudio Fava, “nei primi sei mesi
di vita del giornale, Catania contò 41 morti ammazzati: mentre
i prudenti articolisti della La Sicilia continuavano a
parlare di delinquenza comune e di imprecisati regolamenti di conti,
i cronisti del Giornale del Sud furono i primi a parlare di
mafia. E a scriverne, con nomi e cognomi: la mappa delle Famiglie
vincenti, la loro consistenza ‘militare’, le rotte dei
loro traffici, le contiguità politiche.”(6)
Catania – come ricorda Salvatore Lupo - invece amava
presentarsi ancora come la Milano del Sud, una città
commerciale, affaristica, sotto la regia dell’andreottiano di
ferro locale, Nino Drago. La criminalità cittadina veniva
presentata dalla stampa locale come piccola manovalanza
delinquenziale, senza addentellati o collegamenti con la mafia. La
mafia stava a Palermo e nella Sicilia occidentale, lo spicchio meno
progredito, più arretrato dell’Isola. Eppure i segnali
inquietanti non erano mancati, come quello – risalente agli
inizia degli anni sessanta – “quando per difendere uno
sconosciuto membro della sconosciuta cosca (Franco Ferrera) scende da
Roma Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica. La città
preferisce specchiarsi nei ‘cavalieri del lavoro’,
Costanzo, Graci, Finocchiaro e Rendo, grandi costruttori con
interessi nell’edilizia privata e pubblica di scala regionale;
essa ignora o vuole ignorare che costoro nel corso dei loro affari in
giro per la Sicilia vengono in contatto con gruppi mafiosi, cui
secondo l’usuale modello concedono subappalti in cambio di
protezione. (…) stando alle confessioni di Antonino
Calderone(…), Carmelo Costanzo sin dai suoi esordi quale
capo-mastro si lega a Luigi Saitta (vecchio boss catanese, nda)
passando poi sotto la protezione di Calderone sr. Nel corso della sua
scalata ai ranghi della grande borghesia in periodo milazzista.
Sempre secondo il pentito, i mafiosi sia catanesi che trapanesi
(della famiglia Minore) ottengono da Costanzo subconcessioni,
facilitazioni, pagamenti in denaro. Santapaola si mostra accanto
all’imprenditore quando questi gira tra i suoi operai,
acquisisce una concessionaria Renault, frequenta i salotti della
Catania-bene, entra insomma a far parte dell’establishment.
Rimane agli atti un ritratto di città, una fotografia scattata
al matrimonio di Giuseppe Costanzo che mostra, uno accanto all’altro,
il sindaco di Catania, il presidente della provincia, il segretario
provinciale della Dc, l’onorevole socialdemocratico, i nipoti
di Costanzo, Nitto Santapaola”(7)
Santapaola era il cocco della Catania ufficiale. Catania città
aperta, Catania città solare, comoda, ilare, sarcastica,
brancatiana, amante del bel vivere e del saper vivere. Dove la vita
si assapora fino in fondo, fino alla goccia ultima che ubriaca.
“Catania – scrive Alfio Caruso -è una città
senza steccati, spesso priva di coscienza, portata ad un’ambiguità
che tutto confonde e tutto corrode.(…) Nessuno immagina che
possano esserci alternative al comitato d’affari, alla gestione
di un potere capace di ardire operazioni di plastica facciale. (…)
Catania si ritiene troppo furba per accettare la Legge o una
qualsiasi legge che limiti il proprio libero arbitrio. Non è
casuale che nelle liste della P2 rinvenute a Castiglion Fibocchi sia
la città meglio rappresentata con centocinquantanove
‘fratelli’.”(8)
Il giornale di Fava, che avrebbe dovuto essere un docile strumento di
persuasione e scalate politico-affaristiche, si rivelò ben
presto un cavallo pazzo, incontrollabile e libero. Lo scontro con gli
editori si accentuò con i missili a Comiso. A Fava non
piacevano, ai suoi editori sì. E non mancarono di farglielo
presente. Dopo l’ennesimo articolo contro i missili, i padroni
gli ricordarono che il quotidiano si muoveva nell’ambito del
Patto Atlantico (sic!). Ma Fava non demordeva: pubblicò un
articolo ironico e provocatorio contro l’ignavia dei siciliani
e la codardia dei loro amministratori(9).
Di fronte all’avanzata della marea delle proteste degli
editori, alla loro paura di perdere terreno e denari, di esporsi
contro il loro stesso giornale, Fava rivendicò con forza la
propria libertà, pubblicando l’11 ottobre 1981 un
editoriale che rappresentava il suo ‘contratto’ con i
lettori, oltre che il manifesto ideologico e deontologico di un
grande giornalista:
“Io ho un concetto etico del giornalismo.
Ritengo
infatti che in una società democratica e libera quale
dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza
essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità
impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità,
accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento
dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze
dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia,
impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è
capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in
sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità
avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose
di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica
verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che
non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più
tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per
vigliaccheria o per calcolo - della verità si porta sulla
coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le
sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è
stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!”10
Ma le cose che il giornale svelava erano molto più
preoccupanti. Venivano alla luce i meandri di una città
sommersa, i mafiosi impuniti, gli affari al palazzo di giustizia, le
connivenze tra mafia e politica. Mafia. Una parola che ancora nessuno
osava accostare al nome di Catania. Nessuno. Tranne Fava ed i suoi
ragazzi. Poi arrivò l’attentato alla sede della
redazione. Pochi danni, nessuna rivendicazione. Si andava avanti. Si
scoprì che uno degli editori, Lo Turco, frequentava
assiduamente il boss Nitto Santapaola, e che Gaetano Graci andava a
caccia con il boss. La goccia che fece traboccare il classico vaso fu
però rappresentata dall’arresto a Milano del boss
catanese Alfio Ferlito. Mentre Fava era a Roma, un emissario dei
padroni del vapore, Alfio Tirrò, entrò in redazione e a
brandendo la matita rossa come una mannaia, nel giro di mezz’ora
“normalizzò” la prima pagina del giornale che,
quel giorno, riportava dettagli, ricostruzioni della vicenda Ferito,
comprese le collusioni, gli affari del boss con il mondo
imprenditoriale perbene. Tutto venne stravolto, stralciato,
addomesticato. Eliminato il riferimento ad una parentela del boss con
un consigliere comunale, censurata la parola mafia, via le firme dei
cronisti di Fava. Una settimana dopo Fava ebbe il benservito. I
giornalisti occuparono la sede del giornale per una settimana,
ricevendo pochissimi attestati di stima e solidarietà. Infine,
dopo un intervento del sindacato, mollarono. Ormai, tutto era pronto
per l’avventura de I Siciliani, compreso il gruppo di
giovani talenti che avrebbe costituito la nuova redazione. Il
Giornale del Sud cessò semplicemente di esistere dopo
un anno. (11)
L’esperienza de I Siciliani: indietro
non si torna.
Non era di sicuro un licenziamento a poter fermare Pippo
Fava. Con i suoi collaboratori fondò una cooperativa, la
Radar. L’obiettivo: il finanziamento di un nuovo,
ambizioso progetto editoriale. Erano i mesi in cui erano caduti uno
dopo l’altro Cesare Terranova, Boris Giuliano, Gaetano Costa,
Bernardo Mattarella, Pio La Torre. Ed il 3 settembre 1982 sarebbe
toccato anche al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ed era stato il
generale Dalla Chiesa, nella sua famosa intervista a Giorgio bocca
del 10 agosto 1982, a dichiarare che “con il consenso della
mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi
lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci
fosse una nuova mappa del potere mafioso?”(12)
E fu sull’onda emotiva e giudiziaria della morte del generale
che esplose il caso Catania. Come racconterà Claudio Fava,
Catania cadde sotto il microscopio della stampa nazionale. Cosa
nascondeva questa città? Quale era la vera immagine dei
cavalieri del lavoro? “Tutto questo – dirà Claudio
Fava - mette Catania al centro dell’attenzione ed è
un’occasione che non va persa. E’ un momento in cui si
rivela decisiva l’esperienza di mio padre e la sua intuizione
che quello è il momento per fare uscire il giornale. (…)
‘I Siciliani’ sarà un giornale condannato a
stupire perché andrà oltre l’idea di un buon
giornale, racconterà storie che non si sarebbe mai immaginati
di poter scrivere su questa città e su questa regione. Un
giornale che può, in sostanza, sintetizzare il cambiamento
della Sicilia degli anni Ottanta, che non passa solo attraverso il
salto di qualità fatto dalla mafia, cioè l’asse
imprenditoriale mafiosa che si crea tra la Sicilia occidentale e
quella orientale, ma anche attraverso il crollo del mito industriale,
la definitiva devastazione ambientale di tutta la Sicilia, la
nuclearizzazione dell’isola come discorso culturale di
emarginazione dal resto della penisola.”(13)
Nel novembre del 1982, dopo la morte del generale Dalla Chiesa, le
trattative, i dibattiti, giunsero al capolinea. Il mensile I
Siciliani poteva vedere la luce. Senza una lira, con tante
cambiali nei cassetti, ma molte più idee. Così
ricordava l’evento la redazione, all’indomani della morte
del direttore-fondatore:
“Pippo Fava arriva in redazione, schiaccia
l’esportazione nel portacenere e fa: ‘Ragazzi, si fa il
giornale’. ‘Quando?’ ‘Con quali soldi’.
‘Io faccio il pezzo sulla Procura’ ‘Come lo
chiamiamo?’ ‘Io ho un’idea per il pezzo di colore!’
‘Ma i soldi…’. La vigilia di Natale le Roland
sputano una cosa rettangolare con scritto su: I Siciliani… il
giornale arriva in edicola alle nove di mattina. A mezzogiorno non ce
n’è più (a piazza della Guardia, dicono, due
fanno a cazzotti per l’ultima copia: ma onestamente non ne
abbiamo le prove). Si brinda nei bicchieri di plastica e si prepara
il numero due; nel cassetto, i mazzi di cambiali sembrano meno
minacciosi.”(14)
Quella de I Siciliani divenne ben presto un’esperienza
decisiva, fondante, per il movimento antimafia. Ma non solo. Fu un
pugno allo stomaco per Catania, per i suoi cavalieri e per i suoi
impronunciabili segreti. Fu un colpo al cuore per una città in
cui, alcuni mesi addietro, una foto scattata all’inaugurazione
dello Scimar, una boutique del boss Rosario Romeo, aveva ritratto
insieme, sorridenti e beati i seguenti personaggi: Nitto Santapaola,
due dei suoi uomini, il sindaco andreottiano Salvatore Coco, il
Presidente della Provincia Giacomo Sciuto, il deputato regionale
socialdemocratico Salvatore Lo Turco, il segretario provinciale del
Psdi Antonello Longo, il dirigente del servizio sanitario della casa
circondariale di Catania Franco Guarnera, il medico chirurgo Raimondo
Bordonaro, poi arrestato per traffico di droga ed armi, il
consigliere comunale Salvatore Di Stefano, i due nipoti del cavaliere
del lavoro Carmelo Costanzo – Giuseppe e Vincenzo – e il
genero del cavaliere del lavoro Gaetano Graci, Placido Filippo
Aiello. Fu un colpo insopportabile per una città in cui i
manovratori non venivano mai disturbati e godevano di protezione,
assistenza, connivenza e illimitata capacità di comando. Come
il cavaliere Mario Rendo, il quale – stando alle sue famose
“cartelline” sequestrate nell’’83 a Roma –
poteva tranquillamente disporre la promozione di un questore o la
rimozione di un colonnello della Guardia di finanza fin troppo
zelante, così come poteva “indirizzare”,
“promuovere”, “ammorbidire”, “gestire”
gli affari dentro il Palazzo di Giustizia catanese. E già, il
Palazzo di Giustizia, la Procura. Quella Procura “sulla quale
fino allora nessuno ha mai posato lo sguardo ma che la redazione dei
‘Siciliani’ individua da subito, con efficacia anche
letteraria, come il riassunto, la sintesi del sistema”(15).
I Siciliani, anno I, n. 1. Cominciò così
l’avventura di quel periodico “coraggioso e battagliero,
esempio di un giornalismo militante che, tolto il giornale “L’Ora”
di Palermo degli anni ’60, non ha avuto equivalenti in
Sicilia”(16).
Tra gli articoli, il più scottante recava la firma di Pippo
Fava: I quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa si
titolava. Scriveva Fava:
“Per parlare dei cavalieri di Catania e per capire
cosa essi effettivamente siano, protagonisti, comparse, o
semplicemente innocui e spaventati spettatori della grande tragedia
mafiosa che sta facendo vacillare la Nazione, bisogna prima avere
perfettamente chiara la struttura della mafia negli anni ottanta, nei
suoi tre livelli: gli uccisori, i pensatori, i politici. E per meglio
intendere tutto bisognerà prima capire e identificare le prede
della mafia nel nostro tempo. Una breve storia, terribile e però
mai annoiante, come su un’immensa ribalta, tutti i personaggi.
Ognuno a recitare se stesso (Pirandello è qui di casa) nel
gioco delle parti.”
Poi si addentrava nell’analisi del mutamento strategico della
mafia, il passaggio dall’ambito più “agrario”
a quello del commercio di droga:
“La droga ha ammorbato oramai anche alcune
istituzioni fondamentali della nostra società, la scuola, lo
sport, le carceri, gli ospedali, che si stanno trasformando in luogo
di autentico contagio. (…) Da dieci anni la mafia tiene in
pugno l’immenso affare. Dapprima nelle grandi capitali del
mercato, che erano soprattutto Beirut, Il Cairo, Istambul, la grande
plaga del Medioriente, Marsiglia, New York, e ora definitivamente
anche in Sicilia. L’isola è nel cuore del Mediterraneo e
quindi passaggio obbligato per il cinquanta per cento dei traffici
dall’area afroasiatica verso le grandi nazioni dell’occidente.
Per qualche tempo la Sicilia si è limitata a controllare
questo passaggio, garantendo punti di approdo e reimbarco, sicurezza
e rapidità in qualsiasi operazione ed esigendo in cambio una
tangente. La Fiat fabbrica automobili e le affida ai concessionari:
ebbene la mafia pretende una tangente dai concessionari perché
possano svolgere il lavoro senza rischi, ma la mafia non si sogna di
sostituirsi alla Fiat per fabbricare automobili. Per anni,
incredibilmente, la mafia si comportò allo stesso modo per la
droga. (…) Alla fine i calcoli furono perfetti e abbaglianti,
e l’ultima ripugnanza venne vinta. La mafia assunse in proprio
il traffico, anche in Sicilia, e lo fece alla sua maniera, eliminando
qualsiasi concorrente e aggiudicandosi tutto il ciclo completo del
mercato.”
E per riciclare i denari della droga servono uomini pronti, caparbi,
esperti negli affari. Magari capaci di mettere su qualche banca, come
Sindona o il senatore Graziano Verzotto, l’uomo di
Castelfranco Veneto:
“Quante di queste banche furono inventate da
Sindona, con i capitali di Sindona e che Sindona riceveva da
imperscrutabili fonti? Un incauto giudice milanese dette incarico a
un famoso commercialista, l’avvocato Ambrosoli, di venire a
Palermo per indagare, capire. Era un professionista principe ma molto
ingenuo. Praticamente lo condannarono a morte. Prima ancora che
potesse venire in Sicilia gli fecero la pelle.”
Ma le banche non bastano. Il denaro non può essere nascosto,
ripulito e nascosto in eterno. Deve essere reinvestito, deve produrre
altro denaro. Pulito fin dall’origine, questa volta:
“Accanto alle banche ecco dunque le grandi
imprese industriali e commerciali che, opportunamente, saggiamente,
prudentemente, garbatamente, silenziosamente, amabilmente finanziate,
possono riuscire ad impiegare quei capitali, trasformandoli in opere
di sicuro valore economico. E non è detto che non siano opere
di mirabile importanza e perfezione civile: un moderno ospedale, un
carcere modello, una città-giardino, un complesso sportivo,
persino una nuova chiesa. E qui sul palcoscenico avanzano, quasi a
passo di danza, i quattro cavalieri catanesi. Dopo quello che è
accaduto, vien facile perfino la citazione: ‘I quattro
cavalieri dell’Apocalisse’.”(17)
Su I Siciliani del giugno 1983, numero 6, Fava scriveva:
“Parlando di potere politico a Palermo si deve
subito pensare a Vito Ciancimino, ‘il geometra Ciancimino’;
ecco, questa è un’altra piccola storia da raccontare
dentro la grande storia di Palermo, e nemmeno tutta la storia
dell’uomo, ma solo un minuscolo episodio del personaggio,
perché si possa ancora più perfettamente capire
Palermo. Vito Ciancimino crollò nell’ultima fase delle
indagini dell’Antimafia. Venne accusato, lui, prima di essere
assessore all’urbanistica e poi sindaco di Palermo, di aver
lasciato sbranare Palermo dalla mafia… Nelle elezioni del ’79,
Vito Ciancimino non poteva candidarsi perché era nel limbo,
datogli dagli accusatori alla sua politica, ma aveva quarantamila,
cinquantamila voti di preferenza sulla piazza di Palermo, un
formidabile pacchetto elettorale che poteva manovrare a suo
piacimento; manovrando quei cinquantamila voti di preferenza, cioè
spostandoli da un candidato all’altro, poteva determinare
disfatte e trionfi. Ora si racconta come nella fase pre-elettorale,
il ministro Ruffini mandasse segnali di fumo al geometra Ciancimino
per esprimere il suo gradimento a quei cinquantamila voti di
preferenza… e come il Ciancimino facesse sapere che sì
quei voti sarebbero stati suoi purché il ministro Ruffini
l’avesse aiutato ad avere finalmente una sentenza assolutoria
dai proboviri della D.C.”(18)
Nell’aprile dello stesso anno, veniva
pubblicato l’articolo Sindrome Catania, in cui la città
etnea è inquadrata ed anatomizzata nei suoi apporti culturali,
nelle sue capacità rappresentative e nei suoi rapporti con i
potentati mafiosi:
“Per sindrome Catania intendo quello stato
d’animo per il quale da qualche anno a questa parte, ovunque in
Italia, il siciliano viene innanzitutto ritenuto catanese. Ciò
perché qualunque cosa sia accaduta in questi ultimi tempi in
Sicilia, essa è accaduta a Catania o l’hanno fatta i
catanesi. Sono catanesi i cavalieri del lavoro che hanno fatto
impazzire mafiologhi ed economisti di mezza Europa, che costruiscono
ognuno in ogni parte della Sicilia e dell’Europa, dell’Africa,
dell’America del Sud, autostrade, dighe, ponti, grattacieli,
chiese, centrali nucleari, chiodi e locomotive. E’ catanese
l’uomo che viene braccato sotto l’accusa di avere
organizzato e personalmente eseguito con un kalashnikoff l’assassinio
del generale dalla Chiesa. E’ catanese la Procura Generale
sottoposta a inchiesta dal Consiglio Superiore della Magistratura per
accertare le clamorose indagini su evasioni fiscali e collusioni
mafiose… E’ catanese l’unico Teatro Stabile del
Sud: nemmeno Napoli e Palermo, che hanno maestà e
presupponenza di autentiche capitali, ci sono riuscite. E’
catanese altresì quel tipo di siciliano che altri italiani
ritengono il più perfettamente siciliano, che non rassomiglia
ad alcun altro siciliano, che non è triste, né superbo,
né tragico, né lamentoso, ma sempre allegro, sempre
sprezzante, sfottente, ridente. Catanese è infine il dialetto
siciliano che gli altri italiani conoscono, lingua parlata da
Giovanni Grasso, Angelo Musco, Turi Ferro, una maniera di parlare
nella quale non si capisce mai se il catanese stia parlando sul serio
o da un momento all’altro ti scoppia a ridere in faccia…
Dicono che Catania, onde potersi confrontare con Palermo, alla fine
si sia inventata la mafia. Per entrare da protagonista negli affari
giganteschi della droga, per proteggere politicamente e
giudizialmente i crescenti imperi finanziari, e infine per potere
eliminare chiunque (leggi dalla Chiesa) avesse in animo di opporsi.
La realtà, probabilmente, è un’altra, la realtà
è che il catanese è diverso (ecco la sindrome) da ogni
altro italiano anche nella criminalità, anzi nella genesi
stessa della criminalità.” (19)
Nello stesso numero della rivista,
l’atto d’accusa – appena velato dall’ironia
consueta – di Fava prendeva di mira uno dei prodotti della
mafia e del malgoverno: l’emigrazione dei giovani, delle forze
vive, sottratte allo sviluppo della Sicilia, del Meridione in
generale, per cercare fortuna altrove:
“ Parlando di emigrazione, il professore disse
sorridendo: ‘I paesi ricchi producono carbone, petrolio e
diamanti, ma noi siamo più ricchi’… Ogni anno a
Palma di Montechiaro, nascono mille bambini. Più di cinquanta
muoiono prima dell’età scolare, cinquanta si ammalano e
restano deformi e stupidi, cinquanta resteranno analfabeti e altri
cento in media diventeranno delinquenti. Centocinquanta di loro
riusciranno a sopravvivere lavorando la terra, altri cento lavorando
da muratori, manovali, falegnami, fabbri, maestri elementari,
droghieri, avvocati, medici e professori. Altri cinquecento dovranno
andare emigranti. Come a Palma di Montechiaro in tanti altri paesi
della Sicilia, della Calabria e del napoletano. Ogni anno portano in
Italia trecentomila miliardi. Se tornassero tutti in una volta alle
loro famiglie, la nazione piomberebbe in uno stato di tragica miseria
e sarebbe probabilmente sconvolta da una sanguinosa rivoluzione. La
democrazia italiana si regge sulla disperazione e il sacrificio di
tre milioni di meridionali emigranti…” (20)
Nel numero 7 del luglio 1983, apparve una insolita e intrigante
inchiesta: I dieci più potenti della Sicilia. Per Fava
si trattava semplicemente di una “scoperta” più
che di un’indagine. Era interessato ad indagare, quasi
antropologicamente, le qualità umane – di cui pochi
uomini dispongono – che permettono di comandare su tutti gli
altri, e quindi di tenere in pugno la società:
“Nel bene o nel male, ripetiamo, chi sono dunque
i dieci siciliani più potenti? La domanda è bella e
inquietante. Cerchiamo dunque di fare il discorso più logico e
quindi anzitutto di capire cosa effettivamente sia la potenza…
Ho raccolto cinque storie esemplari: accadde in una corte d’assise
non molto tempo fa. Si celebrava un processo per i delitti di
assassinio continuato e strage. Il Procuratore della Repubblica era
temerario e spietato. La sua passione per la giustizia talvolta
diventava violenza… In mezzo a quella piccola folla si alzò
un grande mafioso, con il vestito nero, la cravatta nera, i capelli
grigi, la testa grande, di legno, squadrata a colpi d’ascia,
levò il dito dritto come un’arma contro il pubblico
ministero e disse: Signor Procuratore ora lei è là, su
quello scanno, con il mantello nero e sembra il padreterno e io sono
chiuso in questa gabbia, però con mezza parola io posso dare
un appalto pubblico di cento miliardi a un’impresa invece che
ad un’altra… con un semplice gesto, o anche solo uno
sguardo, io posso fare uccidere dieci o cento persone… E lei
no! Signor Procuratore qualunque cosa accada io sono più
potente di lei, quando parla non se lo scordi mai!... Un cavaliere
del lavoro, al giudice che lo inquisiva per sospette trame mafiose e
per una colossale evasione fiscale, disse invece: ‘Signor
giudice, come lei ben dice, io sono mostruosamente ricco, e la mia
ricchezza è potenza… Tuttavia io che possiedo tutto,
sono qui in piedi e impaurito dinnanzi a lei… e lei che non
possiede niente, assolutamente niente o quasi niente, sta dinnanzi a
me come un padrone per giudicarmi, infliggermi umiliazione, danno o
infelicità! Chi è più potente di noi due?”
Ma, indagando più a fondo, quando viene la volta del
giornalista, Fava affonda il bisturi nella parte più
impalpabile del potere, o meglio del meccanismo di creazione del
potere: il consenso. Una lezione, è inutile dirlo, oggi come
oggi attualissima:
“Amo la mia professione – fa dire al
giornalista – come si può amare carnalmente una donna
splendida e un po’ bagascia, che ti tradisce con tutti e di cui
però non riesci a farne a meno. In questa società
comanda soprattutto chi ha la possibilità di convincere le
persone ad avere quei tali pensieri sul mondo e quelle tali idee
sulla vita. In questa società il padrone è colui il
quale ha nelle mani i mass-media, chi possiede o può
utilizzare gli strumenti dell’informazione, la televisione, la
radio, i giornali, poiché tu racconti una cosa e
cinquantamila, cinquecentomila o cinque milioni di persone ti
ascoltano e alla fine tu avrai cominciato a modificare i pensieri di
costoro. (…) Voglio dire che la vera forza consiste nel
numero di persone che ti sono devote, e quindi si fonda
sull’amicizia, la riconoscenza, la gentilezza… Ecco, io
ho un’anima generosa che si lascia sedurre, che si concede a
tutti, chiedendo in cambio piccoli pezzi di affetto e devozione.
Questo è la mia grande forza: io ho un’anima puttana!
Infine, vi è il grande scrittore del Sud, che ha un sovrano
concetto del talento e quindi di se stesso, e che talora
maestosamente si concede appunto qualche minuto alla curiosità
degli altri, ai convenuti di un salotto intellettuale, dove si
dibatteva il tema del genio, disse: ‘Il genio scansa persino la
malattia, allontana da sé persino la morte, il genio ama la
donna provando un piacere infinitamente maggiore di qualsiasi altro…
un libro, un solo libro scritto nel momento giusto, con una giusta
storia, può modificare il corso politico di una nazione!’.
A chi gli chiedeva quale suo libro avesse modificato il destino
politico della nazione, egli rispose con un enigmatico sorriso…
Ecco dunque le componenti del potere: il denaro, l’autorità
dello Stato, la forza politica, la popolarità e il talento.”(21)
Questi stralci piccolissimi dei tanti articoli pubblicati da Fava
danno il senso della sua attività. Ma Fava era dell’altro.
Come sottolinea Rosalba Cannavò, c’era in lui “un
potere della parola, un’autonoma, libera professionalità
che gli lasciava grande facoltà d’agire, la sua non
controllabilità lo portava a non subire condizionamenti (…).
Il suo potere direzionale all’interno del giornale non aveva
superiori a cui rispondere e da cui subire condizionamenti. Non
c’erano censure, né automatismi o sovrastrutture cui
subordinare la sua romantica, ‘aggressiva’, concezione
del giornalismo.”(22)
A tutto questo, peraltro, va aggiunta una padronanza eclettica degli
strumenti comunicativi decisamente non comuni. Sicché tutto il
repertorio del Fava drammaturgo, romanziere, saggista, giornalista e
cronista trovava modo di manifestarsi nella sua attività di
direzione. Senza paure, senza pause. Tutte le armi a sua
disposizione, dal punto di vista tecnico-letterario, venivano
impiegate con vivacità ed estroversione, ma soprattutto con
libertà. Nel numero dell’ottobre 1983, Fava, fingendo di
ritornare agli anni mediocri dell’avvocatura, inventò
una sarcastica (ed icastica, a suo modo) difesa di un cavaliere del
lavoro mafioso:
“Eccellentissimi – concludeva istrionico –
io vi chiedo perdono, forse voi appartenete a quella minoranza di
imbecilli di questa nazione i quali ancora lottano e credono che
nella vita di un uomo si possa affermare il suo reale merito e che ci
sia un ideale morale da vivere. In tale ipotesi, chiedendovi di
assolvere il qui presente cavaliere, io vi chiedo sinceramente
perdono.” (23)
Il 28 dicembre 1983 rilasciò l’ultima intervista a Enzo
Biagi per il programma Film-story, trasmessa da Retequattro
l’indomani. Mancavano sette giorni al suo assassinio:
“Mi rendo conto – disse in quell’occasione
Fava - che c’è un’enorme confusione sul problema
della mafia. Questo signore (Fava si riferiva ad un precedente
intervento, nda) ha avuto a che fare con scassapagghiara,
delinquenti da tre soldi. I mafiosi veri stanno in ben altri luoghi,
in ben altre assemblee; i mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono
ministri, a volte sono banchieri, sono quelli ai vertici della
Nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo…
Insomma, non si può definire mafioso il piccolo delinquente
che ti impone la piccola taglia sulla tua piccola attività:
questa è roba da piccola criminalità che ormai abita in
tutte le città italiane ed europee. Il problema della mafia è
molto più tragico ed importante, è un problema di
vertice nella gestione della Nazione che rischia di portare alla
rovina e al decadimento culturale l’Italia.”
Ed alla domanda di Biagi se la mafia attuale fosse uguale o diversa
rispetto alla mafia del passato, Fava rispondeva:
“Oggi i mafiosi sono… non sono quelli che
ammazzano, quelli sono esecutori. Anche al massimo livello. Non so,
si fanno i nomi – io non li conosco – i nomi dei fratelli
Greco. Si dice che siano i padroni della mafia, quelli delle cosche
vincenti, i vicerè. Non è vero, loro sono degli
esecutori, sono nell’organizzazione e fanno quello che gli
altri… Non lo so, io adesso parlo di persone incensurate,
quindi per quello che si presume, secondo l’accusa… Ci
sono degli altri a fianco di loro, ci sono degli altri che contano
infinitamente di più. Cioè, i fratelli greco, lasciando
stare se siano grandi malviventi o grandi innocenti, perché
questo lo stabilirà il magistrato, non potrebbero essere dei
mafiosi se non ci fosse dietro qualcun altro che consentisse loro di
esserlo.”(24)
All’indomani della morte…
“L’assassinio del direttore di un piccolo
giornale è il primo segno che la libertà di stampa in
intere zone del nostro paese non esiste, non può esistere.
Dovrebbe essere un monito tremendo per la stampa nazionale, che
avrebbe di che sentirsi minacciata nelle sue ragioni più
profonde. Ma non è così. Per rendersene conto basta
andare ai funerali. La chiesa di santa Maria della Guardia è
piena di gente quel mattino. La famiglia Fava – Claudio in
jeans e con un giubbotto blu, la sorella Elena con un cappotto
pesante – è lì, davanti alla bara di Pippo,
obbedendo a una coreografia disperata e ripetitiva che è la
più vera, immediata immagine della sostanza del potere in
Italia.” (25)
Ucciso Fava, parte l’operazione di smussamento,
ridimensionamento, normalizzazione, persino insabbiamento e
depistaggio. Già il 7 gennaio il sindaco di Catania Angelo
Munzone dichiarava:
“La mafia? E’ ormai dovunque, nel mondo: ma
qui, a Catania, no. Lo escludo. Davanti al mondo testimonio che mai
pressione o intimidazione c’è stata, in questa parte
della Sicilia, in questa città storicamente immune dal cancro
che mi dite. Polveroni, chissà da chi ispirati…”(26)
Fu un funerale strano, quello di Pippo Fava. Non
c’era lo Stato: né un ministro né un
sottosegretario. A salutare Fava, morto per il proprio mestiere –
ricorda il figlio Claudio – non erano venuti nemmeno i
rappresentanti nazionali dei giornalisti. Sarebbero scesi in Sicilia
il segretario della Federazione nazionale della stampa Sergio Borsi e
il presidente Miriam Mafai, ma solo quindici giorni più tardi:
in occasione di un convegno alla memoria(27).
Nei giorni seguenti partì in grande stile l’operazione
di normalizzazione. Niente comitati d’affare, tabù la
parola mafia. La mafia non esiste, a Catania. Nino Drago, il padrone
pressoché incontrastato della politica etnea, aveva fatto le
sue dichiarazioni:
“Mi auguro che i magistrati chiudano rapidamente
questa indagine, per ridare serenità alle attività
pubbliche ed alle attività economiche. Altrimenti possono
succedere cose gravi. ”
E spiegava cosa intendesse con le parole “cose
gravi”:
“I cavalieri da tempo sono criminalizzati. Hanno
costruito in quarant’ani veri imperi economici, ma hanno dato
notevole occasioni di lavoro alla città. Adesso questa gente
può dire: ‘Io qui, d’ora in poi, non investo più
una lira’. (…) Abbiamo avuto contatti personali. E
questo ci hanno detto: che vogliono andarsene.”(28)
Come spesso accade nella terra di Pirandello e
Sciascia, le prime indagini patrimoniali (con la prima applicazione
della legge Rognoni-La Torre a Catania) vennero compiute sul
patrimonio della vittima. Il procuratore aggiunto Di Natale (quello
di cui poi si scopriranno collusioni e disonestà) aprì
un’inchiesta patrimoniale nei confronti di Fava, della sua
famiglia e della sua redazione. “Per sei mesi la Guardia di
Finanza e i Carabinieri – periodicamente sollecitati dal
giudice Di Natale e dal suo sostituto Rosario Grasso – spesero
il loro tempo e i loro uomini a ricostruire inutilmente la storia di
tutti gli assegni firmati da Fava negli ultimi otto anni e di tutti i
poveri movimenti di denaro che erano transitati attraverso le casse
del suo giornale. La legge La Torre, mai applicata a Catania per
investigare sui patrimoni dei mafiosi e dei cavalieri, veniva
utilizzata per la prima volta contro una vittima della mafia.”(29)
Gli unici sostenitori della pista di mafia erano l’alto
commissario antimafia Emanuele De Francesco ed il questore catanese
Angelo Conigliaro. Gli altri? Per gli altri, perché Fava era
stato ucciso? Qualcuno aveva pronto il primo, subdolo atto
dell’insabbiamento, del depistaggio. E chi è stato ad
ammazzarlo? E che ne sappiamo! Fava ha rotto le scatole a tanta
gente… Certo, a Fava piacevano le donne, aveva anche
un’amante, aveva lasciato a moglie… vuoi vedere che,
chissà!?, magari un padre geloso gliel’ha fatta pagare?
Oppure: Fava aveva debiti. Come mandava avanti quel giornale? Coi
debiti, cambiali. Forse qualcuno si è stufato di aspettare…
O ancora: non può essere un omicidio di mafia perché
l’arma usata non è mai stata impiegata nei delitti di
mafia (questo lo assicura l’inviato de Il Giornale di
Milano), ma non è vero: la 7,65 è stata usata per
uccidere Boris Giuliano, corregge il capo della squadra mobile
catanese (ma non corregge Il Giornale). E, si arriva (La
Sicilia) ad accostare Fava a Mino Pecorelli, al che la
redazione de I Siciliani è costretta a rispondere
immediatamente:
“Respingiamo accostamenti, come quello con ‘O.P’
che non hanno ragion di essere. Noi che siamo stati vicini a Fava per
tanto tempo, sappiamo che non c’erano segreti tra gli appunti
di Pippo. Analisi, semmai, del fenomeno mafioso, della sua presenza
su tutto il territorio dell’Isola, Catania compresa. Ecco,
uccidere Fava per la mafia è stato come per il terrorismo
uccidere Casalegno. Nessuno dei due era a conoscenza di segreti, ma
entrambi, nel loro settore, denunciavano il fenomeno, la sua gravità,
i suoi pericoli per il presente e soprattutto per il futuro.”(30)
In una città dove i cavalieri del lavoro
invitavano i boss mafiosi a caccia, i più alti funzionari
dello Stato inauguravano i negozi dei mafiosi ed i politici
brindavano con loro, era inevitabile che i giornali fossero asserviti
e si guardassero bene dal pronunciare il nome triste di mafia. “Se
in alcuni casi era sufficiente tacere e omettere – scrive
Claudio Fava – spesso occorreva analizzare, giustificare,
spendere molte parole per ridimensionare la gravità dei fatti
e le loro conseguenze emotive sull’opinione pubblica. (…)
Occorreva garantire su tutto: sulla limpidezza della giustizia
catanese, sull’onestà dei cavalieri, sulla bontà
del sistema politico, sulla sua estraneità alle infiltrazioni
mafiose.” Nel dicembre 1984, un blitz ordinato dai giudici di
Torino porta in galera, oltre ad un centinaio di presunti mafiosi,
anche l’ex comandante del gruppo carabinieri di Catania
Serafino Licata, alcuni tra ufficiali e sottufficiali, il presidente
della Corte d’Assise Pietro Perracchio e il presidente della
Corte d’Appello Rocco Vitale. Cosa fa La Sicilia, il
quotidiano di Ciancio? Sviscera tutto l’armamentario
scettico-suadente-tranquillizzante del garantismo a senso unico. “Per
racchio ha portato a termine centinaia di processi per gravissimi
fatti delittuosi (…) ed ha riscosso per molti di essi larghi
consensi per il modo in cui aveva curato e definito la loro
conclusione sul piano del rispetto della legge” scrive
l’articolista Enzo Asciolla. A lui fa eco un altro inviato di
punta, Tony Zermo: “Le accuse di un pentito e le mormorazioni
possono bastare solo a distruggere un uomo e una carriera”
(accuse, mormorazioni? Erano stati arrestati!). “Per quanto si
riferisce al presunto intervento del colonnello Licata a favore di
Santapaola per il delitto Lipari è da notare che il boss
catanese, pur accusato di tanti delitti, quel crimine non può
averlo commesso” (è il verdetto de La Sicilia.
Errato, peraltro, giacché, per quell’omicidio Santapaola
venne condannato all’ergastolo)(31).
Il delitto Fava, per Catania, rappresentò il punto di svolta,
la definitiva discesa in campo di due eserciti: uno dell’antimafia,
l’altro degli affari; uno degli onesti, l’altro dei
gregari, degli opportunisti. Qualcosa si stava sgretolando, però.
Una quindicina di giorni dopo l’omicidio, Agostino Sangiorgio,
segretario dell’associazione della stampa catanese dichiarava:
“La storia dell’informazione a Catania
negli ultimi quindici anni è una storia di silenzi. Un blocco
di potere estremamente compatto ha dominato e svilito questa città
umiliando le intelligenze universitarie, gettando sospetti di
connivenze su vari settori della magistratura, degradando il ruolo
del politico in quello di amministratore di tangenti… infine
abolendo quasi completamente il ruolo del giornalista. C’è
una responsabilità indiretta anche della nostra categoria
nell’omicidio di Fava.”(32)
Nell’estate del 1984 accadde qualcosa di
peggio. Un pentito, Luciano Grasso, voleva raccontare qualcosa su
Catania e sull’uccisione di Fava. Voleva parlare anche di un
giornalista de La Sicilia, Salvo Barbagallo, che gli aveva
commissionato l’omicidio del direttore de I Siciliani.
Ma lui, Grasso, non se l’era sentita. Aveva intascato
l’anticipo ed era fuggito. Un anno dopo, nel carcere di
Belluno, aveva saputo della morte di Fava ed aveva deciso di vuotare
il sacco. Il 17 luglio 1984 il sostituto procuratore Giuseppe Torresi
partì per il Veneto. La missione era riservata. Dopo di lui,
solo il procuratore aggiunto Di Natale (sempre lui) ed il procuratore
generale Di Cataldo ne erano a conoscenza. Nessun altro. Ma, il
mattino del 18 luglio, quando Torresi entrò nel carcere di
Belluno per incontrare il detenuto catanese, costui teneva in mano la
coppia de La Sicilia fresca di stampa. C’era la sua foto
ed un articolo informatissimo su quattro colonne sotto il titolo: Un
detenuto pentito svelerà i nomi degli uccisori di Fava.
Firma: Enzo Asciolla. Ancor prima dell’interrogatorio, La
Sicilia sapeva tutto. Aveva anticipato le rivelazioni,
surclassando persino il magistrato. Incredibile. Non si trattava di
fuga di notizie, ma di anticipo di notizie.
Scorrettezza giornalistica o tentativo di intimidire il teste? Due
anni dopo il giudice Giuseppe Gennaro stabilirà che, se ci fu
violazione del segreto d’ufficio, ciò non riguardò
né Asciolla né Ciancio, l’editore, ma, caso mai,
di chi passò la notizia. E Grasso? Lui confermò
ugualmente tutto. Benché i giudici del delitto Fava scelsero
di non credergli. Così come non cedettero agli altri quattro
pentiti che, negli anni successivi, raccontarono la loro verità
sul delitto del giornalista catanese. “Cinque pentiti, cinque
frammenti di verità, molti tentativi di depistaggio: nel
maggio del 1991 l’inchiesta viene archiviata. Per l’omicidio
di Giuseppe Fava non ci sono colpevoli.” (33)
Ma alla fine del 1993 qualcosa si mosse. Durante il processo “Orsa
maggiore 3”, il pentito Maurizio Avola confessò di aver
partecipato all’omicidio ed accusò il boss Nitto
Santapaola ed altri mafiosi di avere ucciso Fava “per fare un
favore ai cavalieri”. I tentativi de La Sicilia di screditare
il pentito vennero rintuzzati dalla redazione de I Siciliani,
la quale denunciò il cronista Tony Zermo (oggi penna di punta
del quotidiano tanto da avere una rubrica-filo diretto coi lettori,
Zermoposta) per favoreggiamento degli assassini di Fava. Una
denuncia senza seguito, tuttavia.
Come sottolinea Alfio Caruso, “a parte l’ipotesi del
suicidio, difficile da sostenere anche per le fantasie più
fervide, nel caso fava non è esistita deviazione che non sia
stata praticata prima di arrendersi, nel ’94, alle rivelazioni
dei collaboratori. Fava fu eliminato per rendere un favore a Graci,
che giudicava intollerabili le sue denunce. (…) Le campagne
del giornalista, che avanzava dubbi molto pesanti sulla correttezza
del gruppo (Graci, nda), scatenarono la ritorsione. Per ammazzarlo si
mosse il braccio armato della ‘famiglia’: Enzo
Santapaola, Maurizio Avola, Marcello D’Agata, Franco Giammusso.
A premere il grilletto sarebbe stato Aldo Ercolano, giovanissimo
nipote di Santapaola, ancora sconosciuto al grande pubblico, ma già
in spolvero all’interno della ‘famiglia’.”(34)
Il 10 luglio 2001 la Corte d’Assise d’Appello di Catania
confermò gli ergastoli inflitti in primo grado ai mandanti
dell’omicidio, Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, assolvendo
invece i sicari Marcello D’Agata, Vincenzo Santapaola e Franco
Giammusso, già condannati in primo grado. Avola venne
condannato a sette anni patteggiati. L’ultimo processo si tenne
davanti alla Corte di Cassazione, nel 2003. Confermate tutte le
sentenze, gli ergastoli ed i sette anni ad Avola. Nessun seguito
ebbero, invece, i riferimenti ai cavalieri, per conto dei quali –
secondo Avola (e gli altri cinque pentiti non creduti in precedenza)
– l’omicidio era avvenuto. Nessuno venne condannato come
mandante. Peraltro, il maggior indiziato, il cavaliere del lavoro
Gaetano Graci, era morto il 27 gennaio 1996.
I Siciliani dopo Fava
“Una volta mi spiegarono che ciò che è
terribile non è morire. È finire. Rassegnarsi, tacere,
parlar d’altro. Noi, non lo abbiamo fatto. E’ questo che
non ci hanno perdonato. Dicevano: la paura li travolgerà. E se
non sarà la paura, sarà il rancore a perderli, la loro
giovane colera. Non fu così. Il giornale andò in
macchina come lo avevamo pensato insieme a te, dieci giorni dopo la
tua morte. Solo, un baffo sotto la testata, accanto al tuo nome. Non
più direttore: fondatore. In quelle poche gocce di inchiostro
c’era tutto. L’editoriale fu semplice, asciutto. Diceva:
ci scusiamo con i lettori per i tre giorni di ritardo. Non ci furono
lamentazioni. Solo quell’avviso: noi andiamo avanti. La
sofferenza è un fatto privato, il giornale no.”(35)
Già nell’ottobre 1983 il cavaliere del lavoro Rendo
aveva avanzato un’offerta per l’acquisto del giornale.
Era stato pubblicato solo un numero della rivista, quello con
l’articolo esplosivo sui quattro cavalieri dell’apocalisse
mafiosa, uno dei quali era proprio Rendo. Naturalmente l’offerta
venne rifiutata. E venne rifiutata anche l’offerta dell’allora
ministro Salvo Andò (PSI) – siamo nell’ottobre
dello stesso 1983 – di far gestire a Fava una nuova emittente.
Ma i tentativi di mettere le mani sul giornale non si fermarono qui.
Dopo la morte di Fava, Rendo ci riprovò: 200 milioni per
entrare nella cooperativa che stampava I Siciliani. Ma
l’episodio più triste e curioso viene raccontato ancora
da Claudio Fava:
“Un giorno mi telefonò a casa un tuo
vecchio collega, cronista zelante della ‘Sicilia’ (Tony
Zermo, come chiarisce lo stesso Fava a pag. 111 del libro), l’uomo
a cui era stata affidata la gestione dei punti interrogativi sulla
tua storia. Mi disse che aveva un affare da propormi. Per il bene del
giornale, naturalmente. Un’edizione in lingua araba di tutti
gli articoli che avevamo pubblicato su Comiso. I missili americani,
le nostre analisi, le foto, i commenti, i tuoi lunghi editoriali,
tutto. Avrebbero pagato cinquecento milioni. Lui, il tuo amico, se ne
sarebbe tenuti duecento per aver procacciato l’affare. Il
quaranta per cento, un’onesta tangente. Me ne parlava al
telefono, con tono ovvio, come d’una buona azione che
finalmente s’era deciso a regalarci. Al telefono gli risposi
d’andare al diavolo. Una settimana dopo un giornaletto pubblicò
l’indiscrezione: ‘I Siciliani’ prendono soldi da
Gheddafi. Chissà, c’era scritto, se la Libia c’entra
qualcosa con la tua morte. Donne, debiti, ricatti. Anche gli arabi.
Tutto, purché non si parlasse di mafia.” (36)
L’omicidio di Pippo Fava non impedì al giornale di
uscire. Anzi, la sua morte fece avvicinare alla redazione molti
cittadini, spontaneamente. Soprattutto giovani, studenti, operai.
Claudio Fava divenne il nuovo direttore. Per un breve periodo nacque
l’illusione di poter continuare senza aiuti o compromessi, più
battaglieri e lucidi di prima. Tanto che venne varata una nuova
rivista mensile I Siciliani giovani, destinata ad ospitare
contributi, testi, esperienze, aspettative e culture provenienti dal
mondo giovanile. Ma già nel 1985 il blocco politico-mafioso
inizia la controffensiva. Ed è questo blocco, come scrive
Nando dalla Chiesa, che “organizza nuove alleanze, elabora
strategiche riguardano la cultura, la politica, la giustizia e
l’informazione. Tra l’87 e l’89 se ne vedranno per
intero i frutti, nelle parole e nei silenzi dei ministri, nella
scelta degli uomini che ricopriranno le posizioni-chiave, nelle
campagne giornalistiche”(37). Mancano i soldi. Prima la redazione pagava con assegni di Fava o di
Michele Gambino. Adesso quelli di Fava non valgono niente: il
direttore è morto. Ma anche quelli di Gambino non trovano
accoglienze positive. Non si occupa anche lui di mafia? E Fava non è
stato ucciso per questo? E, allora, come accettare gli assegni di uno
che domani potrebbe fare la stessa fine del suo direttore? Ci
volevano dei garanti. Vennero trovati: Pino Arlacchi, Alfredo
Galasso, Guido Neppi Modona, Gianfranco Pasquino, Stefano Rodotà,
Nando Dalla Chiesa. “Ma diciamo la verità –
afferma lo stesso Dalla Chiesa – i garanti non servono soltanto
a offrire una tutela di fronte alla stampa locale o ai cavalieri del
lavoro. Servono anche e forse soprattutto per difendere i redattori a
sinistra, per spuntare le accuse di irresponsabilità o di
inaffidabilità sempre pronte a venire da chi, facendo
opposizione politica o sindacale, viene messo in crisi dalla loro
ansia di nettezza, dalla loro stanchezza per i compromessi
politico-amministrativi o culturali.”(38)
Anche il mondo intellettuale si defilò. Gli unici che
restarono accanto ai ragazzi furono i docenti universitari alla
Facoltà di Scienze Politiche Franco Cazzola e Graziella
Priulla, coniugi, torinesi, vicini al Pci. Altri non si fecero
avanti. Non vollero essere implicati. Quando si tentò
l’esperimento del settimanale nazionale, i redattori Fava,
Gambino, Roccuzzo, Orioles dovettero moltiplicare le loro attività,
le loro presenze in giro per l’Italia, dividendosi tra le
inchieste in Svizzera e quelle a Palermo, le cronache da Roma,
Bologna o Milano e la presentazione del giornale un po’
dappertutto. Solo il compianto Gaetano Scirea, libero della Juve e
della nazionale italiana, collaborò con assiduità
facendo pervenire regolarmente i suoi pezzi dal Messico, dove si
svolgevano i Mondiali del 1986. Ormai il destino del giornale
sembrava segnato. E il 5 gennaio 1987, a tre anni dalla morte del
direttore-fondatore, i redattori sono costretti ad alzare
dignitosamente bandiera bianca:
“Già da sei mesi ‘I Siciliani’
sono assenti dalle edicole e, com’è evidente, un
giornale che non esce è un giornale virtualmente morto. ‘I
Siciliani’ sono infatti sul punto di chiudere. Un destino che
aleggiava da anni sul giornale che oggi, in occasione del terzo
anniversario dell’assassinio di Giuseppe Fava, rischia di
realizzarsi definitivamente. La chiusura de ‘I Siciliani’
sarebbe l’ultima di una lunga serie di sconfitte del movimento
antimafioso sorto in Sicilia (…). La chiusura de ‘I
Siciliani’sarebbe oggettivamente un ennesimo segnale negativo
per la gente che in Sicilia e nel Paese ha creduto in quegli ideali
di giustizia e che in questi anni ha letto sulle pagine del giornale
la fedele cronaca e i commenti ispirati da essi. I redattori de ‘I
Siciliani’ hanno fatto quanto era in loro potere per
scongiurare una simile eventualità, ma nessun giornale al
mondo può sopravvivere indefinitivamente senza adeguate
risorse economiche e senza pubblicità… molte volte, in
questi anni, abbiamo chiesto a tutte le forze democratiche di dare un
contributo al nostro lavoro. (…) C’è stato un
movimento in questi anni, in Sicilia, per la prima volta dopo molti
decenni: Un movimento che partendo dalla mafia e dal potere mafioso
ha messo in discussione, senza zavorre di ideologie ma con coerenza
profonda, gli assetti di società e di potere su cui si basano
l’infelicità di questa isola e i mali oscuri dell’intero
Paese. Di questo movimento civile, indifferente al Palazzo ma
profondamente radicato nella gente che vive fuori, ‘I
Siciliani’ sono stati una voce, e forse anzi la voce. Ora non
possono più esserlo da soli.”(39)
Nel 1993 si tentò di ripetere l’esperienza con I
Siciliani nuovi, direttore Riccardo Orioles. Durerà fino
alla metà del 1996, non senza avere ripreso la vecchia
combattività e la consueta verve antimafiosa.
L’8 aprile 2002 è nata la Fondazione Giuseppe Fava,
istituzione privata con personalità giuridica, presidente
Elena Fava, vicepresidente Maria Teresa Ciancio. Da allora, la
memoria di Fava, il suo insegnamento, sono stati tenuti vivi da
innumerevoli iniziative. Il 5 gennaio 2004, in occasione del
ventesimo anniversario dell’omicidio, venne presentato il libro
di Giuseppe Fava, Un anno. Il libro, che lo stesso Fava aveva
impaginato prima di morire, raccoglie tutti i suoi scritti apparsi
sulla rivista I Siciliani ed è stato pubblicato con il
patrocinio parziale (€. 7.000) della Regione Siciliana per la
distribuzione a scuole, enti pubblici e università. L’anno
dopo, venne messa in scena, con il titolo L’istruttoria,
la raccolta delle testimonianze più significative rese nel
corso del processo per l’assassinio di Fava. Dal 3 all’8
gennaio 2006 il Teatro catanese “Angelo Musco” mise in
scena L’istruttoria, atti del processo in morte di Giuseppe
Fava di Claudio Fava, per al regia di Ninni Bruschetta, con
Claudio Gioè e Donatella Finocchiaro. Questo spettacolo è
stato riproposto a Roma, al Teatro Ambra Jovinelli, l’8 gennaio
2008.
Nel corso di un convegno tenuto a Palazzolo Acreide dal 7 al 9
settembre 2006 venne proiettato un documentario, Da Villalba a
Palermo, di Vittorio Sindoni, scritto e curato da Giuseppe Fava
nel 1978.
Nel 2007 la Fondazione ha istituito un “Premio nazionale
Giuseppe Fava”, destinato ai giornalisti che si sono distinti
per l’impegno civile ed il coraggio nella denuncia delle
ingiustizie. Per il primo anno il premio è andato al
giornalista de L’Espresso Fabrizio Gatti. Nel 2008 è
stato assegnato al direttore di Libera Informazione e di
Raiews24 Roberto Morrione. Lo scrittore (e conduttore) Carlo
Lucarelli è stato il vincitore del premio per l’anno
2009.
Su Fava, dopo Fava
Nell’aprile del 1984, tre mesi dopo la morte di Fava, I
Siciliani uscirono con un contributo collettaneo, Alcune
cronache su un caso di mafia, recante le firme di illustri
giuristi, sociologi, giornalisti che si interrogavano sull’aspetto
“mafiologico” del delitto e sullo spessore del
giornalista Fava, integerrimo e coraggioso. In quell’occasione,
Oreste Del Buono scrisse:
“Proclamava di aver avuto un privilegio non
gradito, quello di notare minuto per minuto l’infiltrazione e
l’affermazione della mafia a Catania, tra la disattenzione
irresponsabile o la criminale complicità di tanti, troppi.
Gridava sempre al lupo. L’ha gridato ancora in palcoscenico
nell’Ultima violenza,
appena messa in scena nel Teatro Stabile della sua città; l’ha
gridato ancora durante la trasmissione di Retequattro moderata da
Enzo Biagi. Per molto tempo è stato considerato dai suoi
concittadini magari geniale, ma sregolato, intemperante ed eccessivo,
uno che diceva spropositi per attirare l’attenzione, un altro
dei fautori della leggenda che in Sicilia ci sia la mafia, un
cantastorie o un contastorie, anche se di efficacia e di successo.
Gli crederanno maggiormente ora che è stato ammazzato a colpi
di pistola, non importa neppure da chi? Per qualche giorno si
riconoscerà che forse aveva ragione, che il lupo potrebbe
esserci. E si parlerà di lui come non se ne è mai
parlato. Bene o con enfasi? L’enfasi per garantire che, prima o
poi, tutto venga inghiottito nella laboriosa digestione della cattiva
coscienza.”(40)
Sono parole dure, amare. Sia nei confronti della città di
Catania che di coloro i quali seguivano con interesse il lavoro del
giornalista ucciso. Il quale, tra l’altro, non aveva mancato di
far presente che non basta guardare ed applaudire, ma bisogna
schierarsi, in prima persona, rischiando anche in prima persona: “Chi
non si ribella al dolore umano non è innocente!”(41)
ebbe a dire.
Certo, Fava aveva capito tanto del fenomeno mafioso. O meglio, aveva
capito il giusto, solo che in una realtà come quella italiana
(e siciliana o catanese in particolare), quel giusto è
tantissimo:
“Fava aveva capito troppo? – si chiese Nando
dalla Chiesa - Non direi. Fava aveva capito ciò che ormai
molti hanno capito. Ossia che le responsabilità prime del
fenomeno mafioso, vanno cercate nei luoghi della politica.” (42)
Nello stesso numero collettivo dell’aprile 1984, Guido Neppi
Modona invitava I Siciliani a non mollare, riconoscendo al
giornale un ruolo strategico nell’elaborazione di una coscienza
nazionale antimafiosa:
“Bisogna che le cose scritte da ‘I
Siciliani’ divengano patrimonio comune di tutta la stampa
italiana, per fare in modo che tutti raggiungano livelli di
conoscenza sui metodi e sulle finalità del potere mafioso
analoghi a quelli che hanno consentito di sconfiggere il
terrorismo.”(43)
Al Fava intellettuale e scrittore era stato invece dedicato il numero
de I Siciliani di gennaio 1984. Aveva scritto allora Vicenzo
Consolo:
“La Sicilia è una terra di narrativa, di
romanzo. Una storia italiana del romanzo moderno senza Sicilia
sarebbe quasi insignificante. Una terra di romanzo, forse perché,
se si accetta l’affermazione di Moravia, l’infelicità
sociale corrisponde alla felicità del romanzo. E in Sicilia,
Catania è per eccellenza la città del romanzo…
superbamente ci siamo convinti che nessuna latro linguaggio fosse
possibile se non quello letterario, nessuno stile se non quello
poetico, per poter parlare in questa città, di questa città:
Catania, anche in un momento in cui, dimessa la sua prima e più
vera natura, umana, pietosa, tormentata e tragica, assumeva la sua
seconda, vitalistica, spregiudicata, levantina, violenza mafiosa.
Accadde così che, nel momento in cui un uomo, Pippo Fava,
s’era messo a scrivere di Catania, a scrivere del male
profondo, grave, urgente di questa città, a scrivere con una
passione ed una foga senza precedenti… una morte, la sua, ci
ha fatto capire che il linguaggio dei suoi libri, della sua rivista,
‘I Siciliani’, era immediatamente l’unico
possibile, il più adeguato, in una città, in una
società in cui la violenza ha la forza travolgente di una
eruzione vulcanica.”(44)
E sulla tipologia di scrittura di Fava si era soffermato Sebastiano
Addamo:
“La sua scrittura era… imputatoria e
blasfema. Nessuna finalità catartica, né il giuoco
estetico l’animava. Lo scrivere, insomma, faceva parte del
lavoro di Giuseppe Fava, del suo diverso impegno umano e civile.
Romanzo, teatro, cronaca o inchiesta giornalistica, non venivano di
volta in volta scelti per una preferenza di genere, ma essenzialmente
relativamente all’efficacia, e relativamente ai destinatari. Il
romanzo, per Fava, non era che cronaca ma per destinatari i quali non
erano in grado di avvertire la immediata tragicità che balza
alla cronaca. Non per caso, difatti, i suoi romanzi risultano più
letti da Roma in su, e meno in Sicilia. (…) Sperare in un
futuro e contemporaneamente disperare di esso. Fra speranza e
disperazione si colloca la sua scrittura.”(45)
Fava era indubbiamente vicino ad una certa tradizione veristica,
tipicamente siciliana. Un verismo “alla Vittorini” più
che “alla Verga”, senza il gusto del compiacimento di
quest’ultimo, senza l’attribuzione alla letteratura di
alcuna aura consolatrice. Fava partecipa alla realtà che
racconta. E vi partecipa in maniera passionale. Questo, anche nelle
sue parole, è ciò che lo contraddistingue da un grande
scrittore come Leonardo Sciascia (riconosciuto come uno dei più
grandi scrittori viventi, l’unico a livello europeo e ciò
nonostante definito Alien, Alien Sciascia), il quale allinea le vite
degli uomini tratte dai libri o dalle cronache e poi costruisce in
vitro una sua umanità ideal-tipologica, un suo
siciliano-standard o, meglio, stereotipato. Con scarsa attinenza alla
realtà concreta, nella quale lo scrittore non si immette e
dalla quale tenta sempre di rifuggire, in nome di uno scientifico
distacco da entomologo.(46)
Fava è giornalista e scrittore. Come fa notare Rosalba
Cannavò, “non è la prima volta che si opera una
simbiosi di giornalismo e letteratura: scrittori come Moravia,
Cassola o Buzzati, hanno fatto alto giornalismo senza mai abbandonare
la loro indole letteraria. Pippo Fava nasce però come
giornalista e, del giornalismo, vuole far risaltare la sua essenza
più pura: la cronaca.”(47)
Fava, come Pasolini (e Gadda e Fortini), usa il linguaggio per la
denuncia rabbiosa, per la comunicazione della propria visione
dolorosa del mondo. Dolorosa, ma combattiva. Mai accomodante, sempre
dalla parte dell’uomo offeso, dell’uomo privato della
dignità, della vittima dell’ingiustizia, della
prepotenza, della sopraffazione. Lottare è essere vivi: “a
cosa serve vivere se non si ha il coraggio di lottare…”,
scrive(48).
E’ lontana da lui – e non lo nasconde mai –
qualsiasi concezione tranquillizzante (da passatempo) della
letteratura. La sua è una scrittura impegnata, sartrianamente
impegnata. In prima fila. Sempre. Fava è uno scrittore che
scrive alle soglie del duemila. E’ uno scrittore del suo tempo.
Certo, ma ogni tempo condensa in sé tutta la storia (passata e
futura) di quel tempo. E gli uomini ed i tipi che indaga nei saggi,
nei romanzi, negli articoli, nelle loro sfaccettature, nelle loro
pose inquietanti o ridicole, nelle loro vite grame o beffardamente,
sfrontatamente crasse, rappresentano il mondo reale, ribollente di
ingiustizia e indegnità, di strafottenza e ricerca di
felicità. “La storia – dice la Cannavò –
è fatta del passato, ma è fatta anche del futuro. Sono
convinta che Fava credesse che il futuro della storia siciliana, che
è poi la storia del Sud – la Sicilia è Sud per
l’Italia e per l’Europa, ma la storia dell’emarginazione
e della solitudine è la storia di ogni Sud -, consistesse
nella possibilità di affrancare tutti i Sud che esistono sulla
faccia della terra da questo loro destino di Sud, da questo loro
essere condannati sempre a subire i Nord, il peso di una sorte che
dipende da mille fattori geografici, economici ma anche culturali,
sempre subiti e mai voluti.”(49)
Nei meridionali (e nei siciliani, in particolare) Fava ama il senso
di amicizia, il valore dei sentimenti, la solidarietà
spontanea. Ma odia lo scetticismo, l’indifferenza, la noia, la
capacità di entusiasmarsi per un nonnulla, ma di restare
insensibili di fronte a tragedie inaudite. Stigmatizza il senso di
impotenza che promana dalle vite degli uomini del Sud, l’accettazione
passiva degli accadimenti, la scarsa capacità di ribellarsi al
proprio destino, del quale, in fondo, non si ritengono mai
responsabili direttamente. Atteggiamento che si riflette anche in
quell’ambito in cui più immediatamente il cittadino è
chiamato a far valere il proprio senso di responsabilità,
soggettivo e comunitario: la politica. Un uomo, un dolore, una gioia,
un’infelicità: da qui nasce lo sfondo tematica dei suoi
romanzi. E poi c’è la violenza. La violenza che, in
Fava, ha mille facce, mille sfumature. Violenza dei gesti, delle
parole, degli sguardi, dei sentimenti, ma anche delle scelte, del
potere mafioso o di quello dello Stato. Violenza immaginata e reale.
Violenza cupa e ostentata. Violenza da esibire platealmente perché
atterrisce, incute timore, serve per esercitare il potere, come in
Gente di rispetto, o violenza subita, di cui si è
vittima e strumento, come il ragazzo della Passione di Michele,
emigrato a Wolfsburg, dove diverrà assassino per gelosia. Sono
tutti personaggi familiari, vicini al destino di tutti noi, anche se
apparentemente distanti. Perché fare o subire ingiustizia,
violenza, dolore e infelicità non è prerogativa di
nessuno in particolare. Ed il compito dello scrittore, del
giornalista, dell’intellettuale è sempre lo stesso:
raccontare, per denunciare, raccontare per contribuire a migliorare
il mondo, raccontare per capire. Come scrisse una volta lo stesso
Fava:
“Io mi batterò sempre per cercare la verità
in ogni luogo ove ci sia confronto fra violenza e dolore umano. E per
capire il perché.” (50)
1
NOTE
1
G. Fava, Nostalgia di una toga, in I Siciliani, I, 9,
ottobre 1983, p. 15.
2
R. Cannavò, Pippo Fava, p. 33.
3
R. Cannavò, Pippo Fava, p. 116.
4
G. Fava, I Siciliani, p. 284.
5
C. Fava, La mafia comanda, p. 99.
6
C. Fava, La mafia comanda, p. 101.
7
S. Lupo, Storia della mafia, p. 203. C. Fava, La mafia
comanda, pp. 55-70. Come noto e come ricorda anche Nando Dalla
Chiesa, all’inaugurazione dell’autosalone di Santapaola
intervenne il Prefetto di Catania Abatelli (N. Dalla Chiesa, Storie,
p. 8).
8
A. Caruso, Da Cosa, pp. 329-330.
9
G. Fava, Cari figli miei questi “Cruise” saranno
vostri, nel Giornale del Sud, 11.8.1981.
10
G. Fava, Lo spirito di un giornale, nel Giornale del Sud,
11.10.1981.
11
La vicenda è raccontata con dovizia di particolari da C.
Fava, La mafia comanda, pp. 103-104.
12
Giorgio Bocca, Intervista al generale dalla Chiesa, in La
Repubblica, 10.8.1982.
13
Intervista a Claudio Fava, in G. Russo, Editoria e ambiente: il
caso della rivista “I Siciliani”, cit. in R.
Cannavò, Pippo Fava, pp. 159-160.
14
I Siciliani, edizione straordinaria, 7.1.1984.
15
N. Dalla Chiesa, Storie, p. 9-10. Le vicende relative alla
Procura della repubblica catanese sono raccontate da C. Fava, La
mafia comanda, pp. 83-96. Il caso era esploso dopo un dossier
inviato al CSM dal Prof. Giuseppe D’Urso, docente di
urbanistica, in cui si rivelavano abusi inimmaginabili ed illegalità
di ogni sorta della Pubblica Amministrazione cittadina, oltre che la
connivenza dei giudici etnei. Tra costoro, un posto di merito era
riservato al procuratore aggiunto Giulio Cesare Di Natale ed al
procuratore Aldo Grassi, segretario , tra l’altro, di
Magistratura Indipendente. Il procedimento davanti al CSM si
concluse con l’archiviazione (quindici voti contro quindici),
ma l’allora Ministro di Grazia e Giustizia aprì
un’inchiesta, inviando tre ispettori. Costoro, in una
relazione di 356 pagine, dimostrarono il grave stato di degrado in
cui versava la giustizia a Catania. Elencarono fatti e vicende a dir
poco inquietanti come insabbiare procedimenti per reati dei
cavalieri, retrodatare atti per poter rilasciare certificati
antimafia ‘puliti’ e non solo. Scrive Fava: “Poi
(…) abbiamo saputo. Abbiamo capito. Quel giudice, i denari
che intascava, i denari per cui ti aveva venduto. Peggio, i denari
per cui aveva a lungo venduto la giustizia. Andavamo a trovarlo,
raccontò un giorno un pentito, e lui ci faceva trovare
l’elenco degli ordini di cattura preparati dagli altri
magistrati. Ci mettevamo a tavolino e cominciavamo a leggere insieme
i nomi: questo lo togliamo, questo lo lasciamo, con questo vediamo
che cosa si può fare…” (C. Fava, In nome,
p. 64). Il giudice cui si accenna è Giulio Cesare Di Natale,
nei cui confronti venne disposta l’azione disciplinare da
parte del Ministro Martinazzoli, in data 31.7.1984. Di Natale è
definito da Claudio Fava, senza mezzi termini, “il più
corrotto magistrato siciliano a memoria d’uomo” (C.
Fava, Nel nome, pp. 110-111).
16
U. Santino, Storia del movimento antimafia, pp. 257-258.
17
G. Fava, I quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa,
in I Siciliani, I, 1, gennaio 1983.
18
G. Fava, I cento padroni di Palermo, in I Siciliani,
I, 6, giugno 1983.
19
G. Fava, Sindrome Catania, in I Siciliani, I, 4,
aprile 1983.
20
G. Fava, Vendiamo questi bravi ragazzi, chi li vuole?, in I
Siciliani, I, 4, aprile 1983.
21
G. Fava, I dieci più potenti della Sicilia, in I
Siciliani, I, 7, luglio 1983.
22
R. Cannavò, Pippo Fava, p. 167.
23
Politicus (pseud. di G. Fava), Arringa in difesa di un cavaliere
mafioso, in I Siciliani, I, 9, ottobre 1983.
24
G. Fava, Oggi i mafiosi sono…, in I Siciliani,
II, 12, gennaio 1984 (intervista realizzata da Enzo Biagi per il
programma di Retequattro “Film-story” e trasmessa
il 29 dicembre 1983).
25
N. Dalla Chiesa, Storie, p. 12.
26
Intervista al sindaco Angelo Munzone su “Repubblica” del
9 gennaio 1984. Citata in C. Fava, La mafia comanda, p. 113.
27
C. Fava, La mafia comanda, p. 113.
28
Intervista a Nino Drago, su “L’Unità”, 9
gennaio 1984. Citata in C. Fava, La mafia comanda, p. 114.
29
C. Fava, La mafia comanda, p. 115. Gli stessi episodi sono
ricordati da C. Fava nello scritto In nome del padre, pp.
45-49.
30
I Siciliani, edizione straordinaria, 7 gennaio 1984. Val la
pena ricordare che collegati al quotidiano La Sicilia,
appunto perché di proprietà del medesimo editore, vi
sono le tv Antenna Sicilia, Telecolor, Video 3
e Radio Sis. Inoltre, le tipografie di ciancio sfornano
l’edizione siciliana di Repubblica.
31
Cfr. C. Fava, La mafia comanda, pp. 119-120.
32
Autocritica con rabbia, in L’Ora, 21 gennaio 1984.
Citato in C. Fava, La mafia comanda, p. 121.
33
C. Fava, La mafia comanda, p. 123.
34
A. Caruso, Da cosa, p. 404.
35
C. Fava, Nel nome del padre, pp. 24-25.
36
C. Fava, Nel nome del padre, pp. 48-49.
37
N. Dalla Chiesa, Storie, p. 19.
38
N. Dalla Chiesa, Storie, p. 15.
39
Volantino distribuito dalla redazione de I Siciliani in
occasione della chiusura del giornale. Citato in R. Cannavò,
Pippo Fava, pp. 185-186
40
AA.VV., Alcune cronache su un caso di mafia, in I
Siciliani, II, 15, aprile 1984, intervento di O. De Buono.
41
G. Fava, Foemina ridens, in Teatro, vol. II, p. 270.
42
AA.VV., Alcune cronache su un caso di mafia, in I
Siciliani, II, 15, aprile 1984, intervento di Nando Dalla
Chiesa.
34
AA.VV., Alcune cronache su un caso di mafia, in I
Siciliani, II, 15, aprile 1984, intervento di Guido Neppi
Modona.
44
Vincenzo Consolo, Un fastidioso e rumoroso estraneo, in I
Siciliani, II, 12, gennaio 1984.
45
S. Addamo, La cronaca come letteratura, in I Siciliani,
II, 12, gennaio 1984.
46
Cfr. G. Fava, Alien Sciascia, in I Siciliani, I, 5, maggio
1983.
47
R. Cannavò, Pippo Fava, p. 63.
48
G. Fava, Foemina ridens, in Teatro, vol. II, p. 270.
Questa frase la si ritrova, come epigrafe, sulla sua tomba nel
cimitero di Palazzolo Acreide, oltre che come esergo alla home page
della Fondazione che porta il suo nome.
49
R. Cannavò, Pippo Fava, pp. 74-75.
50
G. Fava, Prefazione al Teatro, vol. I, p. 8.
BIBLIOGRAFIA
Opere di Giuseppe Fava
Romanzi, racconti opere
teatrali:
- Pagine,
ITES, Catania, 1969;
- Gente
di rispetto,
Bompiani, Milano, 1975;
- Prima
che vi uccidano,
Bompiani, Milano, 1977;
- Passione
di Michele,
Cappelli, Firenze, 1980;
- Teatro,
Tringale, Catania, 1988.
- La
ragazza di luglio,
Il Girasole edizioni, 2003.
I libri-inchiesta:
- Processo
alla Sicilia, ITES,
Catania, 1967;
- I
Siciliani, Cappelli,
Firenze, 1980;
- Mafia.
Da Giuliano a Dalla Chiesa,
Siciliani Editori, 1982; II edizione Editori Riuniti, 1984;
- Un
anno, Fondazione
Fava, 2004.
Opere teatrali
rappresentate:
- Vortice-
Le vie della gloria,
commedia, Palazzolo A., 1947;
- La qualcosa,
commedia, Catania, 1960;
- Cronaca di un uomo,
commedia, Catania, 1967;
- La violenza,
commedia, Catania, 1970;
- Il proboviro,
commedia, Catania, 1972;
- Bello bellissimo,
commedia, Catania, 1974;
- Opera buffa,
Taormina, 1977;
- Delirio,
commedia, Catania, 1979;
- Foemina ridens,
commedia, Catania, 1981;
- Ultima violenza,
dramma, Catania, 1983;
- Mafia. Parole e suoni,
commedia, Catania,
1984;
- Sinfonie d’amore,
commedia, Catania, 1987.
Opere teatrali non ancora
rappresentate:
- La rivoluzione,
dramma;
- America America,
musical;
- Dialoghi futuri imminenti,
dramma;
- Il Vangelo secondo Giuda,
commedia;
- Paradigma,
dramma;
- L’Uomo del Nord,
commedia (incompiuta).
Libri e cataloghi di pittura
- Donna,
editrice O.B.I. (Orizzonti Bibliofilia Italiana), Roma, 1975.
Personali di pittuta
- Roma, Galleria S. Marco,
1966;
- Catania, Galleria La Fenice,
1975;
- Roma, Galleria Il Gabbiano,
1975;
- Catania, Centro Culturale
Incontri, 1987;
-Taormina, Chiesa del Carmine,
2001;
Film tratti da opere di
Giuseppe Fava:
- La violenza: quinto
potere, Regia di
Florestano Vancini - Sceneggiatura: Massimo Felisatti, Fabio
Pittorru, Florestano Vancini - Cast: Michele Abruzzo, Mario Adorf,
Riccardo Cucciola, Turi Fero, Aldo Giuffrè, Ciccio Ingrassia,
Mariangela Melato, Gastone Moschin, Enrico Maria Salerno, 1972.
- Gente
di rispetto, Regia
di Luigi Zampa - Sceneggiatura: Leonardo Benvenuti, Piero De
Bernardi, Giuseppe Fava, Luigi Zampa - Cast: Claudio Gora, James
Mason, Orazio Orlando, Franco Nero, Jennifer O’Neil, Aldo
Giuffrè, Carla Calò – Musiche: Ennio Morricone,
1975.
- Palermo
oder Wolfsburg,
Regia di Werner Schroter – Scneggiatura: Giuseppe Fava, Werner
Schroeter, Klaus Dethloff, Orazio Torrisi – Cast: Ida Di
Benedetto, Gisela Hahn, Antonio Orlando, Calogero Comparato, Tamara
Kafka, Nicola Zarbo, Brigitte Tolg, Otto Sander, Magdalena
Montezuma, 1980.
- Documentario Da
Villalba a Palermo,
regia di Vittorio Sindoni, su recedente progetto di Giuseppe Fava,
2006.
Bibliografia
- Cannavò, Rosalba,
Pippo Fava. Cronaca
di un uomo libero,
CUECM, Catania, 1990;
- Caruso, Alfio, Da cosa nasce
cosa. Storia della mafia dal 1943 a oggi, Longanesi, Milano, 2008;
- Cazzola, Franco, Della
corruzione. Fisiologia e patologia di un sistema politico,
Il Mulino, Bologna, 1988;
- Cipriani, Antonio, Mafia.
Il riciclaggio del denaro sporco,
Napoleone, Roma, 1989;
- Dalla Chiesa, Nando, Storie
di boss ministri tribunali giornali intellettuali cittadini,
Einaudi, Torino, 1990;
- Fava, Claudio, La
mafia comanda a Catania,
Laterza, Bari-Roma, 1991;
- Fava, Claudio, Catania:
la città dei “cavalieri”,
in Antimafia,
n. 2, anno 1992, Palermo, pp. 37-38.
- Fava, Claudio, Nel
nome de padre,
Baldini & Castoldi, Milano, 1996;
- Lupo, Salvatore, Storia
della mafia dalle origini ai giorni nostri,
Donzelli, Roma, 1993.
- Perconti, Pietro, La
mafia dei giornali,
in Antimafia,
n. 0, anno 1989, Palermo, pp. 11-16.
- Santino, Umberto, Storia
del movimento antimafia,
Editori Riuniti, Roma, 2000;
- Tocci, Walter, Per
una critica del potere politico,
in Democrazia e
diritto, 3, luglio-
settembre 1992, pp. 57-103.
- Turone, Sergio, Corrotti
e corruttori. Dall’Unità d’Italia alla P2,
Laterza, Bari-Roma, 1984;
- Turone, Sergio, Corrotti
e corruttori. Dalla P2 alla droga,
Laterza, Bari-Roma, 1987.
Film su Giuseppe Fava
- Giuseppe Fava: siciliano
come me, Regia di
Vittorio Sindoni, Cast: Ida Di Benedetto, Leo Gullotta, Corrado
Gaipa, Mariella Lo Giudice, Giuseppe Lo Presti, Miko Magistro, Anna
Malvica, Ignazio Buttitta, 1984.
- La trasmissione “La
storia siamo noi”
di Giovanni Minoli ha dedicato una puntata all’omicidio Fava.
Sitografia
-
www.reti-invisibili.net/giuseppefava/.
Vi si trova un documentato articolo di Sebastiano Gulisano già
pubblicato su Polizia e democrazia,
2002;
-
www.girodivite/antenatixx3sec/_fava_giuseppe.htm;
-
www.girodivite.it/Lo-spirito-di-un-giornale-di
-Pippo.html.
Si tratta
dell’articolo di Giuseppe Fava, Lo
spirito di un giornale,
pubblicato sul Giornale
del Sud dell’11
ottobre 1981.
-
www.girodivite.it/I-quatttro-cavalkieir-dell.html.
E’ riportato
l’articolo di Giuseppe Fava, I
quattro
cavalieri dell’Apocalisse mafiosa,
pubblicato sul numero de I
Siciliani del
novembre 1982.
-
www.girodivite.it/Piccola-testimonianza-sul-giorno.html.
E’ un articolo di Silvestro Rivolsi, pubblicato sul sito
Girodivite.it
il 14.7.2004.
-
www.girodivite.it/Vent-anni-fa-Pippo-Fava.
html. E’
riportato un articolo di Ida Sconzo, pubblicato sul sito
Girodivite.it
il 28.2.2004.
-
www.girodivite.it/Cinque-Gennaio.html.
Si tratta di un
articolo di Riccardo Orioles, pubblicato sul sito Girodivite.it,
il 5.4.2006.
-
www.girodivite.it/Giuseppe-Fava-Un-anno.html.
E’ la
recensione del libro postumo di Fava, Un
anno. L’autrice
è Pina La Villa, pubblicato il 6 gennaio 2004.
-
www.girodivite.it/La
mafia-in-scena-21-anni-dopo-la.html.
Articolo di Carmen
Ruggeri del 6 gennaio 2005.
-
www.claudiofava.it/siciliani/memoria.
In questo sito è
possibile trovare i numeri de I
Siciliani
contenenti buona
parte degli articoli scritti da Giuseppe Fava e dagli altri membri
della redazione negli anni dal 1982 al 1996. E’ presente
anche un’accurata cronologia degli avvenimenti per gli anni
1947-1997, curata da Sebastiano Gulisano.
-
www.camera.it/dat/leg13/lavori/doc/xxiii/d030.html.
Qui è possibile rintracciare la Relazione
sullo stato della criminalità nella città di Catania,
approvata dalla Commissione parlamentare antimafia il 29 novembre
2000.
-
www.invisibil.blogspot.com/2006/01/listruttoria-il-teatro-rilegge-il.html.
E’ presente
l’articolo di Marco Olivieri, L’istruttoria:
il teatro rilegge il delitto Fava,
pubblicato su Repubblica,
il 4 gennaio 2006.
-
www.2.radio.24.ilsole24ore.com/speciali1/speciale_gialloenero20032004_29.html.
E’ la ricostruzione del delitto Fava per Radio24.it a cura di
Daniele Biacchessi, Il
caso Pippo Fava.
-
www.youtube.com/watch?v=jAogBSvaSyU.
Si tratta del video dell’ultima intervista rilasciata da
Fava ad Enzo Biagi il 28.12.1983.
-
www.fondazionefava.it.
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