Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Comunicazione |

Giancarlo Siani


Il 23 settembre 1985, la camorra uccideva il giornalista Giancarlo Siani. Qualche giorno prima, il 19, aveva compiuto 26 anni.
martedì 20 settembre 2011, di Piero Buscemi - 298 letture

Appare quasi come un’impudenza scrivere dell’unica vittima, tra i giornalisti, della ferocia criminale della camorra. Messo in contrapposizione agli otto giornalisti uccisi dalla mafia, manifesta un ruolo unico e sotto certi versi, privilegiato.

Sarà stato anche nascere il giorno di San Gennaro, come una predestinazione alla quale sarebbe stato difficile sottrarsi, ma Siani non aveva sicuramente alcun requisito specifico per essere inserito nella lista dei martiri dell’informazione.

Tutto sommato praticava un mestiere, che svolgeva con piena dedizione, solo ed esclusivamente perché amava fare il giornalista e, come a voler rispondere ad un dovere che contraddicesse le dicerie sull’apatia etica, luogo comune del carattere dei napoletani, Siani s’impegnò per tutta la sua breve vita a esercitarlo nel migliore dei modi.

Paragonare il “mestiere” di Siani con la realtà moderna del giornalismo, rende il compito difficile nel provare a sviluppare una congettura sull’evoluzione o l’involuzione che il diritto all’informazione ha sviluppato in ventisei anni.

Sicuramente la figura di Siani ha lasciato una lezione, sotto certi aspetti involontaria, che nella realtà giornalistica dei nostri tempi, spesso è difficile avere il riscontro che sia stata del tutto imparata. A conferma di quando appena esposto, è sufficiente aprire i quotidiani locali che monopolizzano la così detta informazione da bar, per accorgersi del banale lavoro di copia-incolla che caratterizza le pagine di un qualsiasi giornale preso in esame.

Il sistema utilizzato oggi di attingere le notizie da fonti più o meno attendibili, quali le agenzie nazionali d’informazione, spesso innesca una reazione a catena di dubbia credibilità, dove l’autenticità della notizia viene messa in dubbio dalla scarsa attenzione alla verifica della stessa.

Molte testate riportano notizie che senza alcuna difficoltà, si possono leggere su svariati siti presenti su internet e, prestando un po’ d’attenzione ai trafiletti battuti con troppa leggerezza e presenti sulle homepage, si potrà notare il citato copia-incolla che alcune volte, presenta addirittura gli stessi errori ortografici o di battitura, per essere più diplomatici, denotando che il contenuto della notizia, difficilmente viene letto attentamente.

L’assurdo si raggiunge quando la stessa notizia, da fonti senza dubbio più attendibili, viene smentita con prove tangibili, costringendo centinaia di redazioni a modificare e correggere le precedenti informazioni diffuse con troppa superficialità. E’ stato il caso di recente della notizia diffusa da organi di stampa, anche molto blasonati, sul presunto raid tentato in Sud Darfur per liberare il collaboratore di Emergency, Francesco Azzarà.

La corsa alla smentita del coinvolgimento di Azzarà sul blitz operato dalla polizia sudanese di qualche settimana fa, sarebbe stato evitato se prima di incollare la notizia nel proprio blog, le testate giornalistiche avessero fatto un preventivo controllo sul sito di Emergency che, con molta tempestività, nella stessa mattinata aveva già pubblicato un trafiletto con il quale escludeva Francesco Azzarà, tra gli eventuali beneficiari dell’operazione.

Ma tutto questo è sicuramente frutto di una sorta di globalizzazione della notizia. La metafora usata dal regista Marco Risi nel suo Fortapasc con il personaggio inventato del caporedattore di Siani a Torre Annunziata, al quale fa recitare la paternale destinata al giovane ed “inesperto” Siani, da poco trasferito nella sede de Il Mattino di Napoli, lancia un messaggio inequivocabile sul mestiere di giornalista.

Nel film, il personaggio creato da Risi, rivolgendosi a Siani, lo ammonisce sulla distinzione tra giornalisti-giornalisti e giornalisti-impiegati. Un’invenzione narrativa del regista che, in un’altra scena del film, mostra il giornalista in mezzo ad un corteo di disoccupati e ne risulta evidenziata la figura del cronista di verità che, armato di taccuino e lapis, entra dentro la notizia prima ancora di stendere l’articolo che la documenterà. Una figura contrapposta appunto al giornalista-impiegato che, a salvaguardia dell’incolumità propria e dei propri familiari, trasforma il dovere di cronaca in un mero mezzo di sostentamento economico.

Auspicare di essere considerato semplicemente un giornalista, senza alcun inutile attributo da accostare, ha sicuramente decretato la condanna a morte di Giancarlo Siani. Il 23 prossimo ricorderemo il suo crudele omicidio, rinnovando il rammarico di non averlo più tra le firme del giornalismo nazionale. E la consapevolezza che quel giornalista, sicuramente, avrebbe avuto in questi anni, ancora tante verità da raccontare.

Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -
Stampa Stampa Articolo
:.: Condividi

Bookmark and Share
:.: Articoli di questo autore
:.: Articoli di questa rubrica
:.: Articoli più recenti
Girodivite - Segnali dalle città invisibili è on-line dal 1994. Quotidiano telematico e cartaceo, registrazione presso il tribunale di Catania n.13/2004 del 14/05/2004. Redazione: via Antonino di Sangiuliano 147 - 95131 Catania. Contatti: giro@girodivite.it (mail max 200kb) ::: Puoi syndacare le nostre notizie attraverso il file backend.php (XML RSS 1.0 format). Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto le licenze Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike, che tutelano la possibilità di ripubblicarli, previa autorizzazione per fini commerciali.