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Dalla e l’Etna


Mentre Lucio Dalla salutava il pubblico di Giardini Naxos dal palco del Teatro Nuovo, l’Etna ricambiava illuminando il cielo di carezze di fuoco.
sabato 6 agosto 2011, di Piero Buscemi - 542 letture

Alla fine te lo porteresti a casa. Come il ricordo delle sue melodie e qualche strofa storpiata, quasi come un dovere irrinunciabile di attualizzazione. Perché il mondo non è cambiato poi, così di molto da quando Lucio Dalla ha cominciato la sua carriera artistica una cinquantina d’anni fa.

Lo ha ribadito tra una canzone e l’altra durante il concerto tenuto al Teatro Nuovo di Giardini Naxos, stasera. Ci ha parlato di questo nostro mondo di cartone, al quale, inevitabilmente apparteniamo. Della speranza adagiata sull’amore che dai versi della splendida Henna ha provato a riaccendere quel futuro che neanche più le sue canzoni riescono a sfiorare.

L’amore misterioso giardini e silenzioso dei pesci, l’amore verso la terra di Sicilia che lo ospita ormai da diversi anni, durante i mesi estivi, sulle colline dell’Etna nei pressi di Milo. L’Etna che per questo suo sincero attaccamento alla nostra terra, che lo ha spinto a dichiararsi un siciliano adottivo, lo ha ricambiato accendendo la notte con le sue fontane di lava incandescente, da mescolare all’essenza della poesia delle sue liriche che riescono ancora ad emozionare e a far riflettere.

Lucio Dalla ci ha parlato con la semplicità e l’ironia che aiutano da sempre a ridicolizzare la stupidità umana, ed anche questo artista quasi settantenne, ha colto l’occasione, attraverso le sue note gravi, per risvegliare la coscienza nei confronti dell’espressione più degenerata della follia umana, che è e rimarrà per sempre, la guerra.

Dalla ci ha condotto per mano dentro questi labirinti della memoria umana, che troppo spesso vengono dimenticati. Questi ricordi che sanno di tradizione e nostalgia, che sanno di disprezzo truccato da sarcasmo verso qualsiasi manifestazione di potere e arroganza che ha provocato i milioni di morti nella storia dell’uomo.

E questa sua guida su scoscese strade dalle quali non riusciamo a raccogliere gli errori da non ripetere, ce l’ha donata vestendosi da giullare di corte, come quando ci ha raccontato la sua infanzia tra le stoffe di pregio che adornavano il suo mondo da bambino, dentro la sartoria della madre. E già allora, Dalla ricorda la sua diffidenza verso i dottor Balanzoni che invadevano l’umiltà della sua già fervida immaginazione, costretto a difenderla oltraggiando i costosi vestiti confezionati con innocenti caccole, che esternavano la sua ribellione precoce alla stoltezza degli uomini.

Il concerto è stato caratterizzato da un amarcord di pezzi attempati, rispettando l’originalità degli arrangiamenti del suo repertorio portato per le piazze d’Italia in questi decenni con gli Stadio, dove la chitarra di Ricky Portera ha lasciato degnamente il posto a quella di Bruno Mariani.

Abbiamo potuto riascoltare Come è profondo il mare, Piazza Grande, Anna e Marco, La sera dei miracoli, Ayrton, Futura, Tutta la vita, concedendo un bis quasi sdrammatizzante, rivestendo i panni del buffone di corte e chiudendo il concerto con Attenti al lupo. Lucio Dalla

Una frase dai suoi monologhi ha maggiormente colpito la nostra sensibilità: Lucio Dalla ha voluto lanciarci un messaggio che unisse le religioni del mondo, focalizzando la nostra attenzione sull’esistenza degli angeli, non quanto figure astratte tipiche della concezione mistica del cattolicesimo, ma esseri vitali che con le loro opere lasciano un’impronta del bene nel mondo tra le tante bruttezze.

Ma ha utilizzato anche la reincarnazione dell’anima, diffusa nel credo induista, per riaprire la speranza in una natura benevola dell’uomo, che ad ogni dipartita possa seguire un ritorno in terra di un essere migliore. Speriamo che l’umanità, anche grazie alle sue canzoni, possa un giorno dargli ragione.

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