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Come un piano regolatore può distruggere il futuro di una cittadina


Il sacco edilizio di Trabia annientò una fiorente economia agricola e impedì lo sviluppo turistico di un territorio tra i più suggestivi della costa settentrionale della Sicilia
mercoledì 2 maggio 2007, di Antonio Carollo - 1047 letture

“...la politica edificatoria degli ultimi cinquant’anni risente di una scelta sbagliata all’origine, che è stata quella di avere destinato la quasi totalità del territorio ad area edificabile...”

Credo che Salvatore Piazza sia il primo amministratore di Trabia che faccia, con cristallina franchezza, una dichiarazione pubblica sulla forsennata pianificazione e sul distorto uso del territorio trabiese perpetrato dagli anni Sessanta ad oggi. Questo gli fa onore. Ricordo, come fosse ieri, il mio doloroso stupore nell’apprendere dell’adozione di un piano regolatore che praticamente autorizzava lo scempio di uno dei più attraenti territori della fascia costiera da Palermo a Messina. In quel momento mi sono figurato Trabia come una donna bellissima, ma dalla moralità disinvolta, che si offriva al primo venuto per quattro soldi. Ci ho trovato, in quel provvedimento, un che di impudico e di vergognoso, perché permetteva di svendere quel che di più prezioso possiede un comune, il suo territorio, il suo stesso corpo.

Fino agli anni Sessanta Trabia era uno dei più floridi comuni agricoli della provincia. L’abbondanza di acqua le permetteva di coltivare intensivamente vasti frutteti, oltre che oliveti e vigneti. La frutta di Trabia invadeva i mercati del Nord Italia. Migliaia di persone lavoravano nelle campagne e nei cosiddetti magazzeni; file di vagoni ferroviari, pieni zeppi di cassette di frutta, partivano per Milano, Torino, Bologna, ecc. In autunno decine di frantoi lavoravano senza soste, giorno e notte. In via Tusano c’era un palmento che torchiava l’uva per mesi. Certo, ad un certo punto cominciò a serpeggiare la crisi; si tentò la conversione delle coltivazioni in agrumeti. Quando, poi, si presentò l’occasione di vendere appezzamenti di terreni ai forestieri, l’agricoltura trabiese subì il colpo mortale. Scemò ogni interesse a intraprendere nuove iniziative produttive, a specializzare le colture, ad organizzarsi in organismi collettivi, a promuovere la commercializzazione dei prodotti. Tanto col ricavato di un pezzo di terreno venduto si poteva andare avanti lo stesso, anzi meglio, senza lavorare. Trabia precipitò nel vuoto assoluto, mentre intere contrade, delle più suggestive, venivano aggredite selvaggiamente, con colate di cemento armato, per speculare sulla fame di villeggiatura dei palermitani.

Negli anni Sessanta un massiccio insediamento di seconde case, alle pendici della montagna, in località “Sutt’e mura”, finanziato da una grande banca siciliana, fece il suo esordio sulla scena del più cinico sfruttamento edilizio di un territorio incontaminato, baciato dalla natura come quello di Trabia. Centinaia di case furono realizzate con un investimento miliardario. La banca fece il suo bell’affare, le ditte costruttrici, di proprietà non si sa di chi, fecero i loro affari, i trabioti proprietari dei terreni intascarono bei quattrini (una miseria se si va a guardare bene), e su quella incantevole località, visibile da ogni luogo, sorse un ammasso di case in dispregio alle più elementari norme di difesa del paesaggio e delle bellezze naturali.

Dov’erano le autorità preposte alla tutela di questi beni? La Soprintendenza, l’Assessorato regionale competente, gli altri organi di vigilanza? Chi consentì questa clamorosa ferita sul territorio, cambiando la destinazione di quel sito e concedendo i necessari permessi oppure autorizzando una così gigantesca sanatoria? A parte il risibile ricavato dei prezzi di svendita dei terreni, non una lira di quell’investimento entrò in circolo nell’economia di Trabia. Le imprese costruttrici, misteriose e implacabili, e le maestranze vennero da fuori; così pure i materiali.

L’invasione estiva dei nuovi proprietari di quelle seconde case non portò alcun utile a Trabia: gli acquisti per i loro consumi li facevano, e li fanno, a Palermo e negli altri luoghi di provenienza. L’estrema vicinanza di una metropoli come Palermo, anziché innescare un processo di progresso economico a Trabia, finì, nei decenni successivi, per essere la causa della rovina economica di un comune già ricco di produzioni agricole. Infatti Trabia non ha mai potuto usufruire dei maggiori consumi derivanti dai nuovi flussi di popolazione che nel periodo estivo si triplica o quadruplica. Non si è creata l’alternativa produttiva e commerciale al graduale abbandono dell’agricoltura; ma non è tutta colpa della massa dei villeggianti estivi. Il villaggio dei bancari di “Sutt’e mura” aprì le porte ad una lenta speculazione edilizia, negli anni Sessanta e Settanta, fino a quando, cioè, la medesima segnò un vero e proprio trionfo con l’adozione da parte del comune dello sciagurato piano regolatore del 1979 che sancì ed incentivò il sacco edilizio del territorio trabiese.

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