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Il peso della burocrazia: analisi comparata con il resto del mondo


I dati analizzati sono sì sconfortanti per il nostro paese, ma denunciano la mancanza di una reale politica di coordinamento per il lavoro e l’impresa a livello comunitario
martedì 10 maggio 2011, di Emanuele G. - 924 letture

Il punto di partenza è il programma nazionale delle riforme (Pnr) voluto dal Ministero del Tesoro. Si tratta di un corposo documento redatto per programmare tutta una serie di riforme entro il 2020. A pagina 107 si evidenzia un dato piuttosto negativo per il nostro paese. I ritardi della burocrazia centrale incidono per ben 36,4 mld l’anno. Altre fonti di ritardi sono l’Unione Europea (12,8 mld) e le regioni (21 mld). La somma raggiunge l’astronomica cifra di 70 mld annui! Il problema è che siamo lenti nelel opportune riforme di semplificazione burocratica. Infatti è stato calcolato che i risparmi potrebbero arrivare alla considerevole somma di 11,6 mld annui solo se:

a) Fossero adottate misure semplificatrici in materia di lavoro, previdenza, ambiente e fisco soprattutto per le piccole e medie imprese (risparmio stimato: 6,9 mld annui);

b) Si riformasse la normativa sulla privacy (risparmio stimato: 900 milioni anui);

c) Si applicasse meglio il federalismo economico in materia di impresa (risparmio stimato: 3,8 mld annui).

Evidentemente qualcosa non va.

Cerchiamo di capire meglio l’argomento proponendo delle tabelle di comparazione fra noi e il resto d’Europa accludendo pure Usa e Giappone. Le tabelle si riferiscono ad alcune procedure amministrative e al numero di adempimenti ad esse collegate.


TABELLE

- INDICE COMPLESSIVO (*)

USA 1

INGHILTERRA 6

GIAPPONE 12

GERMANIA 20

FRANCIA 31

SPAGNA 38

ITALIA 53

- AVVIAMENTO DI UNA NUOVA IMPRESA (*)

USA 4

INGHILTERRA 6

GIAPPONE 44

GERMANIA 71

FRANCIA 12

SPAGNA 118

ITALIA 78

- AUTORIZZAZIONE E PERMESSI (*)

USA 24

INGHILTERRA 54

GIAPPONE 32

GERMANIA 16

FRANCIA 17

SPAGNA 46

ITALIA 78

- RAPPORTI DI LAVORO (*)

USA 1

INGHILTERRA 21

GIAPPONE 17

GERMANIA 134

FRANCIA 144

SPAGNA 154

ITALIA 56

- REGISTRO E CATASTO (*)

USA 10

INGHILTERRA 19

GIAPPONE 48

GERMANIA 47

FRANCIA 159

SPAGNA 42

ITALIA 49

- ACCESSO AL CREDITO (*)

USA 7

INGHILTERRA 1

GIAPPONE 13

GERMANIA 3

FRANCIA 36

SPAGNA 13

ITALIA 68

- PROTEZIONE DEGLI AZIONISTI (*)

USA 5

INGHILTERRA 9

GIAPPONE 12

GERMANIA 83

FRANCIA 64

SPAGNA 83

ITALIA 51

- ADEMPIMENTI FISCALI (*)

USA 76

INGHILTERRA 12

GIAPPONE 105

GERMANIA 67

FRANCIA 82

SPAGNA 93

ITALIA 122

- IMPORT/EXPORT (*)

USA 15

INGHILTERRA 27

GIAPPONE 18

GERMANIA 10

FRANCIA 25

SPAGNA 47

ITALIA 62

- ESIGIBILITA’ DEGLI OBBLIGHI CONTRATTUALI (*)

USA 8

INGHILTERRA 24

GIAPPONE 21

GERMANIA 15

FRANCIA 14

SPAGNA 55

ITALIA 155

- CHIUSURA DI UN’ATTIVITA’ (*)

USA 18

INGHILTERRA 10

GIAPPONE 1

GERMANIA 29

FRANCIA 32

SPAGNA 17

ITALIA 25


Le comparazioni non sono sempre complete ed esaustive. Tuttavia servono a comprendere meglio un problema. Indicando, anche, delle soluzioni.

In prima battuta, l’analisi comparativa mette sotto cattiva luce il nostro paese. In quasi tutti i comparti siamo quelli dove abbondiamo in adempimenti da compiere al fine di poter completare una pratica ed ottenere un risultato in linea con le nostre attese. Già l’indice generale ci pone ai vertici, in senso negativo, con in media 53 adempimenti per ogni tipologia di pratica da intraprendere.

Altri dati. Negli Usa per avviare una nuova impresa basta un solo adempimento. In Italia 65. La Spagna è messa peggio di noi: 118 adempimenti. Per la costituzione di un rapporto di lavoro gli Usa necessitano ancora una volta di un solo adempimento. L’Italia, con 56, è superata da Germania, Francia e Spagna. Rispettivamente 134, 144 e 154. Per l’accesso al credito l’Inghilterra richiede un adempimento, mentre il nostro paese si riconferma maglia nera: ben 68 adempimenti. In riferimento alla protezione degli azionisti gli Usa necessitano 5 adempimenti e l’Italia 51. Italia superata dalla Francia, 64, o Spagna con 83.

Il culmine si raggiunge negli adempimenti fiscali annuali. In Inghilterra ne bastano 12. In Italia bisogna arrivare all’incredibile cifra di 122 adempimenti. In Germania l’iter amministrativo per ottenere autorizzazione all’import/export si ferma a 10 adempimenti. Da noi 62. Un altro record negativo per il nostro paese. In termini di esigibilità degli obblighi contrattuali in Italia si richiedono 155 adempimenti. Negli Usa ne bastano 8. In Germania 15. In Giappone 21. Sempre in Giappone per chiudere un’attività bisogna presentare un solo certificato. Qui in Italia 25 e in Francia 32.

Completiamo il discorso con altri dati. In Italia occorrono 285 ore per pagare le tasse. In Germania 215 e in Spagna 197. In Italia si spendono ben 2,7 mld annui per completare quattro adempimenti fiscali come il modello 770, la dichiarazione Iva, la comunicazione annuale e i rimborsi Iva. Infine, gli adempimenti fiscali pesano per ogni addetto impiegato in imprese ben 1.200 euro all’anno. Insomma, una mensilità all’anno si perde in adempimenti fiscali! Altro ancora. Secondo la Banca Mondiale il peso della fiscalità sulle imprese in Italia raggiunge l’astronomica cifra del 68 %. La più alta in tutta Europa.

Un’analisi di questo genere mi pare incompleta anche se importante e propedeutica. Per una serie di motivazioni. Le seguenti.

Prima di tutto, vengono messi in comparazione dati appartenenti a paesi aventi una diversa forma mentis per quanto riguarda il rapporto Stato – inteso come ente amministrativo centrale -/cittadino. Evidentemente negli Usa è possibile instaurare un rapporto di fiducia fra Stato/cittadino perché è fatto onore da parte di quest’ultimo contribuire al benessere di tutti. Lo Stato è sentito più come un amico. Atteggiamento radicalmente differente abbiamo in Italia dove lo Stato viene percepito alla stregua di un nemico, o peggio un idiota. Pertanto, sono posti in essere atti e comportamenti di non fiducia. Lo Stato che sa di questo orientamento allora si trasforma in uno Stato capzioso, asfissiante e cavilloso.

Ulteriori spunti di riflessione.

La normativa non è simile. Cosa significa questo? La succitata analisi non menziona, ad esempio, chi gestisce materialmente gli adempimenti. Da un paese all’altro possono variare. Si tratta di quei uffici che sono responsabili del procedimento amministrativo. In un paese può essere un ufficio periferico. In un altro il comune. In un altro ancora un’agenzia statale.

L’analisi riporta i dati in valore assoluto. Soltanto la cifra. Senza comprendere, altresì, lo scenario di riferimento. Quindi non sappiamo qual è il costo dell’adempimento x in un paese alfa e il medesimo in quello beta. Non sappiamo, inoltre, il costo totale di una pratica. In Giappone ha un costo, mentre in Francia il dato cambia. E non sappiamo neanche la tempistica. Quando dura la pratica import/export in Spagna oppure in Inghilterra?

Ecco l’analisi sarebbe molto più completa ed esaustiva in quest’ottica. Cioè rendere omogenei i parametri di base dell’analisi in modo da ottenere valutazioni univoche e realmente utili. Se non si opta per tale procedimento analitico la valenza di studi similari apparirà sempre monca. Quanto meno parziale.

Venendo ai dati appartenenti all’ambito europeo si rimane interdetti dalla disparità evidenziata dai riquadri tematici riportati nel presente articolo. Che senso ha ripetere a piè sospinto che esiste una COMUNITA’ ECONOMICA EUROPEA (vecchio nome dell’Unione Europea-nda) quando in realtà si va da tutt’altra parte. Se si vuole costruire una condivisa unione economico del vecchio continente mica ci si può accapigliare sul calibro delle melanzane o promulgare direttive incomprensibili o legiferare sulle reti spadare. L’orizzonte, lo scenario da perseguire è quella di creare uno spazio amministrativo comune per quanto riguarda la fiscalità, il lavoro e il diritto di impresa.

Solo così l’Europa potrà dotarsi di una vera capacità economica in grado di rivaleggiare con gli altri protagonisti dell’economia mondiale. Rivelando tali dati ci si accorge che l’Euro ha scarsi margini di manovra allorquando le normative economiche rimangono di esclusivo appannaggio degli stati nazionali. Si è fatto l’Euro. Alcuni passi sono stati fatti. Ma ho l’impressione che occorra accelerare al fine di rendere il nostro vecchio continente in grado di affrontare le complessità imposte dalla globalizzazione e dall’apparizione sullo scenario mondiali di nuove potenze economiche.

Andare avanti si può e si deve. Il contrario sarebbe un continente privo di qualsiasi peso specifico a livello internazionale. Con conseguenze al dir poco tragiche in termini di qualità della vita, welfare, occupazione, infrastrutture, politica estera e centralità geopolitica. Prendiamo coscienza ora per non ritrovarci senza alternative valide da qui al 2020.

Nb:

(*) Le cifre riportate accanto al nome di ogni paese indicano il numero di adempimenti in rapporto all’ambito tematico designato

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