Marchionne se ne va dopo aver preso un mare di denaro dagli italiani. E se gli togliessimo la Fiat?
Pubblicato mercoledì 5 ottobre 2011.

“Dal 1° gennaio 2012 la Fiat di Marchionne esce da Confindustria, mentre sono ormai alcuni anni che il grande manager ha deciso di far uscire la più grande fabbrica italiana dalla produzione industriale di questo Paese”, afferma Emidia Papi, dell’Esecutivo Nazionale USB. “La farsa messa in atto nell’ultimo anno dimostra infatti che l’obiettivo era proprio di andare a produrre altrove, dove il costo del lavoro è più basso o dove non esiste conflittualità sindacale”.

“Se non fosse per le decine di migliaia di posti di lavoro già persi – prosegue la dirigente sindacale - verrebbe voglia di dire che avrebbe fatto meglio ad andarsene subito, senza produrre gli sconvolgimenti epocali su contratti e diritti che Confindustria, Governo e Cgil, Cisl e Uil hanno prodotto con la scusa di far rimanere la Fiat in Italia. A ben vedere – evidenzia Papi - il tutto è convenuto anche alla Marcegaglia ed a Sacconi, che hanno così potuto ottenere contemporaneamente ciò che sino all’anno scorso non avevano neanche osato chiedere: l’abbattimento del contratto nazionale e la trasformazione genetica di Cgil, Cisl e Uil”.

Osserva la dirigente USB: “Perché non viene in mente a nessuno di richiedere a Marchionne ed alla Fiat tutti i soldi che, in varie forme, sono stati sborsati dallo Stato, e quindi da tutti i cittadini e dagli stessi lavoratori Fiat oggi licenziati? Con tutti quei soldi lo Stato avrebbe potuto comprare l’intera Fiat due o tre volte, mentre oggi invece vede sfumare decine di migliaia di posti di lavoro”.

Conclude Papi: “Di fronte a tutto ciò la nazionalizzazione della Fiat non sarebbe certo una cattiva idea. Si salverebbe occupazione, un polo industriale che è stato per decenni il più grande del Paese, e si darebbe un segnale importante nella direzione di acquisire una credibilità ed una autorevolezza che l’Italia non dimostra ormai da molti decenni”.

Roma, 4 ottobre 2011

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